La nota rivista scientifica The Lancet si è recentemente occupata dell’impatto dell’alimentazione sulla salute della popolazione e del Pianeta, per elaborare una dieta più salutare e al contempo più sostenibile, analizzando il modo in cui produciamo e consumiamo il cibo.
Per fare questo ha incaricato una commissione, la Eat–Lancet, composta da 37 esperti di 16 Paesi con competenze in materia di nutrizione, sostenibilità ambientale, salute, agricoltura ed economia.
Da questo incontro è stata elaborata la Planetary Health Diet, con l’obiettivo di rendere l’alimentazione umana, entro il 2025, più attenta alla salute e all’impatto ambientale, partendo dalla de-carbonizzazione della produzione agricola, passando dal dimezzamento degli sprechi alimentari, l’abbattimento dei consumi idrici e di suolo e l’azzeramento della perdita di biodiversità. L’intenzione è quella di rispondere alle necessità nutrizionali e alimentari di una popolazione in crescita affrontando l’impatto negativo dell’agricoltura, e soprattutto degli allevamenti, sul riscaldamento globale, sulla distruzione degli ecosistemi e sull’inquinamento di corsi d’acqua e oceani.
Le critiche a questo lavoro sono state molteplici1: c’è chi ha messo in discussione i livelli consigliati di consumo giornaliero di alcuni alimenti e chi sottolinea che la commissione non si è soffermata ad esaminare e dare direttive sulle modalità di produzione, soprattutto senza menzionare l’agricoltura biologica e l’effetto dell’utilizzo di sostanze chimiche, esaminando peraltro con troppa superficialità la questione dei fertilizzanti sintetici a base di azoto. Fatto sta che questa ricerca ha consentito di puntare i riflettori sul bisogno urgente di un cambiamento radicale delle nostre abitudini alimentari per poter affrontare la crisi ambientale in atto insieme alle questioni gravi che riguardano la salute della popolazione.
Le proposte
Ma vediamo nello specifico in cosa consiste la Planetary Health Diet. Secondo gli scienziati coinvolti, questa proposta contribuirebbe a salvare 11 milioni di persone che ogni anno muoiono a causa di malattie (come ictus, infarti, e alcuni tumori, principali cause di morte nei paesi occidentali) correlate a un’alimentazione malsana, prevenendo al tempo stesso il collasso del Pianeta causato dagli allevamenti intensivi (responsabili per il 14,5% delle emissioni dei gas serra) e dall’agricoltura industriale, fonte di inquinamento dell’aria e delle fonti d’acqua (il 70% delle fonti globali di acqua dolce viene attualmente utilizzata per l’irrigazione). Questi due fattori sono i principali responsabili delle emissioni di metano e protossido di azoto.
Bisogna poi considerare che la popolazione mondiale è in crescita: si dovrebbero raggiungere i 10 miliardi nel 2050.
I principali obiettivi della Planetary Health Diet sono tre.
1. La dieta
Le cattive abitudini alimentari, povere dal punto di vista nutrizionale, sono un fattore di rischio per l’insorgenza di numerose patologie e interessano quasi tre miliardi di persone, mentre la denutrizione affligge tuttora molte popolazioni e si stima che quasi un miliardo di persone non abbia cibo a sufficienza.
La dieta proposta dalla commissione raccomanda di raddoppiare il consumo medio globale di cereali integrali, noci, frutta, verdura e legumi e di ridurre del 50% il consumo di carne rossa, zucchero e grani raffinati. Si tratterebbe sostanzialmente di recuperare la dieta mediterranea.
L’obiettivo di una dieta salutare per l’uomo e il pianeta è riassunto nella tabella seguente in termini di consumo quotidiano medio e di intervallo accettabile:
• 230 grammi di cereali integrali.
• 50 grammi di patate o altri tuberi (ma può essere 0 o al massimo 100 g).
• 300 grammi di verdure (200-600 g).
• 200 grammi di frutta (100-300 g).
• 250 grammi di latticini (0-500 g).
• 14 grammi di carni rosse (0-28 g), pari a circa 100 o (massimo) 200 grammi a settimana.
• 29 grammi di pollame (0-58 g), pari a circa 300 grammi a settimana.
• 13 grammi di uova (0-25 g), pari a 2 uova a settimana.
• 28 grammi di pesce (0-100 g), pari a 300 g a settimana.
• 75 grammi di legumi (0-100 g).
• 50 grammi di noci, nocciole, mandorle ecc. (0-75 g).
• 40 grammi di grassi insaturi (20-80 g).
• 12 grammi di grassi saturi (0-12 g).
• 31 grammi di zuccheri semplici (0-31 g), pari a meno del 5% delle calorie totali.
Le indicazioni si riferiscono a un totale di calorie giornaliere pari a 2500 kcal per gli uomini e 2100 per le donne.
È interessante che nessuna fonte di proteine sia ritenuta indispensabile e che le fonti proteiche alternative alle carni rosse siano fortemente privilegiate. Non sono mancate, come c’era da attendersi, accuse di scarsa scientificità, soprattutto per la quantità di grassi saturi e carni rosse.
Ovviamente si tratta di stime con un ampio margine di incertezza, ma sono del tutto ragionevoli in base a quanto si conosce dagli studi epidemiologici e dagli studi sull’influenza della produzione del cibo sul cambiamento del clima.
2. Agricoltura e allevamenti
Produrre il cibo inquina e la nostra salute passa anche per quella del Pianeta. La produzione alimentare, con agricoltura, pesca e allevamento intensivi, è responsabile di un terzo delle emissioni di gas serra, è fonte di inquinamento ed è la prima responsabile della perdita di biodiversità e di esaurimento delle risorse.
La sfida che la commissione si è posta è, quindi, quella di produrre cibo mantenendo la stabilità e l’integrità dell’ecosistema terrestre. Quello che possiamo fare è cambiare le nostre abitudini alimentari e i processi agricoli e di allevamento.
Lo studio ha identificato delle aree critiche per cui bisogna agire tempestivamente: cambiamenti climatici, consumo del suolo e delle risorse idriche, perdita della biodiversità, compromissione del ciclo del fosforo e dell’azoto.
Se applicata, la Planetary Health Diet porterebbe a una riduzione della perdita di biodiversità, a limitare l’utilizzo di terra e acqua per l’agricoltura e al contenimento delle emissioni di gas serra a livelli compatibili con l’accordo di Parigi. Per attivare un sistema di produzione alimentare sostenibile, la raccomandazione è di un consumo massimo giornaliero di carne di 28 grammi. Le aziende, in aggiunta, dovrebbero poi ridurre il numero di animali allevati per incentivare la riduzione di consumo e ridurre inquinamento e sprechi.
3. Gli sprechi
Circa il 50% del cibo prodotto a livello mondiale viene sprecato a causa di cattive abitudini, sovrapproduzione e problemi infrastrutturali, che rovinano gli alimenti prima che giungano sulle nostre tavole. Gli esperti della commissione hanno delineato delle linee guida per l’utilizzo di terra, acqua e nutrienti per rendere la produzione agricola sostenibile, e indicato le aree di intervento per raggiungere questi risultati, coinvolgendo governi, industrie e società, come ad esempio l’educazione, l’informazione, l’etichettatura, la tassazione sul cibo e il sostegno economico alla produzione di alimenti sani.
Conclusioni
Una cosa è certa: con le opportune modifiche, la produzione e il consumo alimentare possono diventare una soluzione concreta, evitando di essere invece la causa del consumo delle risorse. Quindi la chiave di tutto sta nel cambiamento delle nostre abitudini alimentari e in una modifica delle tecniche di produzione degli alimenti.
Il percorso tracciato dalla commissione richiede profondi cambiamenti nelle nostre pratiche quotidiane e anche nei sistemi produttivi e commerciali. La responsabilità non è solo dei singoli individui, ma anche delle istituzioni che hanno il potere di influenzare e modificare la produzione alimentare a livello globale. Tutto il sistema, insomma, deve cambiare, per innescare l’adozione di una dieta più sana e metodi compatibili con la riduzione degli sprechi e una produzione più mirata e sostenibile.
Queste direttive rappresentano un piccolo ma incalzante avvio verso un cambiamento che può avere delle ripercussioni positive in campo alimentare su scala mondiale, contribuendo alla salvaguardia del nostro Pianeta. Tuttavia, c’è ancora molto lavoro da fare soprattutto per quanto riguarda i metodi agricoli: l’aumento del consumo di cereali, frutta e verdura indicati nel rapporto, infatti, va necessariamente accompagnata a sistemi di produzione agroecologici e biologici.
Note
1. Vedi «Eat-Lancet: la dieta planetaria che non salva il Pianeta», Terra Nuova, marzo 2019.
In collaborazione con Alessandra Baruffato, medico chirurgo esperto in nutrizione, laureata all’Università degli Studi dell’Insubria di Varese, medico ricercatore del progetto EDUC.A.RE (EDUCazione Alimentare nei ricoverati in degenza riabilitativa e day hospital Istituto REdaelli) di Vimodrone (Milano).
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Articolo tratto dalla rubrica CIBO e SALUTE. Appunti di RESISTENZA ALIMENTARE
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Una vera rivoluzione oggi può e deve partire dalla
produzione del cibo, un grande campo di azione dove il
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Il cambio di paradigma si impone anzitutto nella produzione agricola e nella salvaguardia dell’ambiente, da cui dipende il mantenimento degli ecosistemi e della salute dell’uomo. Gli autori del libro, tra cui spiccano le figure di Vandana Shiva e Franco Berrino, tracciano un’inversione di rotta a cominciare dal nostro stile di vita: bisogna dire sì ai sistemi agricoli naturali su piccola scala, per recuperare la vitalità del cibo e garantire un accesso più democratico alle risorse della terra. E bisogna dire no all’avanzata di un modello produttivo basato sullo sfruttamento dei popoli e degli ecosistemi.
In gioco c’è la nostra salute e la sopravvivenza pacifica sul pianeta Terra.