Il futuro è di meduse e zanzare
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Tra gli esseri viventi che invece se la passano sempre meglio ci sono i parassiti degli alberi come alcuni coleotteri tra cui Dendroctonus ponderosae che si alimenta di pini nel Nord America o il punteruolo rosso Rhynchophorus ferrugineus (responsabile della moria di palme in Italia), o altri insetti come la vespa cinese Dryocosmus kuriphilus responsabile della malattia di molti castagni. La formica di fuoco, Solenopsis invicta specie aliena in molti habitat, è avvantaggiata dal riscaldamento del pianeta e ha notevoli impatti sulla biodiversità endemica, mentre è prevedibile una diffusione delle zecche, vettori di patologie e agenti patogeni.
Dopo la criosfera c’è un altro ecosistema ad alto rischio: gli oceani. Il cambiamento climatico è il principale responsabile della perdita del 50% del coralli delle barriere coralline. Uno degli effetti più drammatici del cambiamento climatico sui coralli è il bleaching , lo sbiancamento dei coralli che porta alla morte degli invertebrati marini. Non solo: l’aumento di anidride carbonica degli oceani insieme all’aumento delle temperature delle acque producono una diminuzione del PH dei mari, portando quindi ad una vera e propria acidificazione di questi ecosistemi cruciali per la vita umana (l’alimentazione di quasi tre miliardi di persone dipende strettamente dalla pesca). Dall’inizio dell’era industriale, l’acidità degli oceani è aumentata del 26% con conseguenze riscontrabili su molti organismi, in particolare su quelli con uno scheletro o un guscio calcareo come i coralli, molluschi e altri invertebrati. All’attuale livello di riscaldamento e acidificazione delle acque rischiamo di perdere le barriere coralline entro il 2050. Le barriere coralline sono, assieme alle foreste tropicali, l’ambiente più ricco di biodiversità del pianeta, ma anche cruciali per la vita e il sostentamento e il lavoro di migliaia di persone.
I cambiamenti climatici rischiano di compromettere cicli naturali antichissimi, come le fioriture e le migrazioni. Esempio: gli uccelli migratori europei arrivano nei territori riproduttivi mediamente un giorno prima ogni 3 anni dagli ultimi 40 anni, e quelli che svernano a nord del Sahara hanno ritardato il passo di 3 – 4 giorni, mentre in Africa orientale (regione del Serengeti-Mara) la “biblica” migrazione di circa un milione e mezzo di erbivori governata dal ciclo delle piogge – che, spostandosi, creano nuovi pascoli – è compromessa perché il clima negli ultimi anni è diventato sempre più caldo, la stagione secca dura di più, le piogge sono in ritardo e sono sempre più frequenti eventi meteorologici estremi che provocano dilavamento ed erosione del suolo.
“Alla COP21 vogliamo dare voce anche alla biodiversità a rischio –dice Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia- Le attività umane, che utilizzano i combustibili fossili e ‘mangiano’ il suolo e le foreste, stanno avendo un impatto senza precedenti sugli ecosistemi e sulle specie animali e vegetali, e rischiano di stravolgere il Pianeta come lo conosciamo. Pensare che la perdita di biodiversità non ci riguardi è assurdo, il nostro benessere dipende direttamente dal benessere della natura: per questo la COP21 non può permettersi di annacquare le decisioni e deve approvare un accordo realmente efficace nel limitare il riscaldamento globale, in altre parole deve decidere di tagliare drasticamente e rapidamente le emissioni di gas serra prodotte dalle attività umane”.