…”i vestiti si facevano anche con la canapa, chiamata stoppa, che si coltivava nei nostri campi. Mia mamma faceva le camicie di una stoffa fatta con lana e canapa: mi ricordo quanto pizzicavano quando erano nuove, anche le lenzuola all’inizio erano come grattuge, poi col lavaggio si ammorbidivano”… racconti di maggio e storie di vita contadina da “Il libro di Pietro”.
Maggio vive fra musiche di uccelli
Tutti gli uccelli cantavano nel mese di maggio: i pettirossi, i merli, gli scriccioli, gli usignoli, le upupe e i rigògoli. Quest’ultimi andavano sempre nei fichi. Il maschio stava sul greppo e chiamava: «È pronto il fico?» E la femmina, già nell’albero, rispondeva: «Che che che!». Poi il maschio: «C’è pericolo?». E la femmina: «Che che che!». A quel momento il contadino sparava e tutti e due volavano via, avvertendo tutti: «C’è pericolo, c’è pericolo!». Sembra proprio che dicano queste parole – o piuttosto sembrava, perché ora non si vedono più: si dice che sono stati ammazzati dai veleni che si mettono nei campi. Anche l’upupa era comune e ora è quasi sparita anche lei…
Nel mese di maggio dovevamo fare il fieno per le bestie. Quello di maggio si chiama il primo taglio, era una mescolanza di erba medica e altre erbe che crescono spontaneamente nei prati. Il secondo taglio si faceva alla fine di giugno. Se il tempo lo permetteva, si faceva un terzo taglio a settembre, ma il primo taglio era quello più abbondante. Prima si tagliava l’erba con la falce fienaia. Si lasciava il fieno per terra per un paio di giorni, poi si girava per asciugare la parte che era a contatto con la terra.
Quando era asciutto anche quello, si facevano dei moncelli e si veniva col carro per portarlo all’aia. Il proverbio dice che «maggio è nuvoloso ma non piovoso», ma in verità spesso pioveva. Una volta che il fieno era stato bagnato, era meno buono, diventava marrone e buttava un po’ di polvere, ma bisognava raccoglierlo lo stesso.
Poi facevamo il pagliaio. Si metteva il fieno sciolto man mano intorno a uno stollo, cioè un palo centrale, e quando arrivava a qualche metro da terra, lo coprivamo con un tetto di paglia a forma di cono. Fare un pagliaio era un’arte e se non lo facevi bene il fieno si bagnava e si rovinava.
In maggio si lavavano le pecore e poi si tosavano. Per lavarle si portavano giù al borro di Mercatale, c’era un punto che si chiamava «il tuffo» e si buttavano dentro. Non ci andavano volentieri, allora c’era uno che le buttava e due che le lavavano; gli si strizzava la lana per mandare via lo sporco, poi si lasciavano scappare e correndo si asciugavano da sé. Noi ne avevamo una ventina solamente, in una mattinata si lavavano tutte e il giorno dopo si tosavano. Si prendevano una a una, gli si legavano tutte le gambe insieme, si mettevano sopra il carro e si tosavano con le forbici. Quello che si levava si chiamava il vello. La metà dei velli si dava al padrone, l’altra metà toccava a noi.
I nostri vestiti erano tutti fatti in casa. Si prendeva una falda di lana e si avvolgeva intorno alla rocca, una specie di palo con un’estremità ingrossata. Si teneva la rocca in una mano e con l’altro si tirava la lana e si metteva sul fuso. Poi dal fuso si trasferiva all’annaspo per fare la matassa e dall’annaspo all’arcolaio per fare il gomitolo. Filare la mana era considerato un compito da donna: le donne filavano ogni volta che c’era un momento libero, anche quando badavano alle percore e ai maiali, ma particolarmente dopo cena quando la famiglia si radunava in cucina. Dovevano filare tanto perché c’erano da fare i vestiti per tutta la famiglia e la famiglia a quei tempi era numerosa. Ogni donna doveva filare una certa quantità di lana alla settimana.
Speriamo che non erano tutte come la ragazza della filastrocca:
Lunedì lunediài
Martedì mi riposai
Mercoledì persi la rocca
Giovedì la ritrovai
Venerdì la inconocchiai
Sabato mi lavai la testa
Domenica non lavorai
perché era festa!
I vestiti si facevano anche con la canapa, chiamata stoppa, che si coltivava nei nostri campi. Quando le donne avevano finito di filare la lana e la stoppa, si portavano i gomitoli a una contadina che aveva un telaio. Spesso erano donne che avevano qualche mancamento fisico, allora non potevano lavorare nei campi. Poi si portava a casa la stoffa per fare i vestiti. Mia mamma faceva le camicie di una stoffa fatta con lana e canapa: mi ricordo quanto pizzicavano quando erano nuove – anche le lenzuola all’inizio erano come grattuge, poi col lavaggio si ammorbidivano.
Ancora oggi, trovo incredibile che si possa andare al mercato ed acquistare una camicia, una maglia, delle lenzuola per dei prezzi così bassi e mi chiedo quanto vada a chi produce la materia prima e a chi la lavora…
Leggi online alcune pagine:
–
Scopri tutti i libri di Terra Nuova Edizioni in offerta con lo sconto immediato del 15%