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Popoli incontattati: un genocidio silenzioso

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Quando nel 1910 il console britannico Roger Casement giunse nel Putumayo, ovvero l’Amazzonia peruviana, aveva già avuto modo di vedere che cosa si nascondeva nel cuore di tenebra del Congo belga. Aveva già visto le schiene degli uomini piegate sotto le ceste ricolme di caucciù e la morte di migliaia di indigeni sotto le bastonate della famigerata Force Publique del re Lepoldo. Ma quello che vide in America, dove una società britannica sfruttava i popoli amazzonici per la raccolta della preziosa gomma naturale, fu qualcosa che lo portò a ripensarein totoil senso del rapporto tra la civiltà e la barbarie, tra l’Europa e il resto del mondo.
Le atrocità commesse tra il XIX e il XX secolo dagli occidentali, che nel nome di un presunto mandato civilizzatore si macchiarono della più cruda brutalità, hanno conseguenze evidenti ancor oggi: lo stato di guerra permanente che vivono gran parte degli stati africani, la violenza, la diffusa ingiustizia sociale e la povertà che affliggono molti paesi dell’Asia e dell’America centrale e meridionale, affondano le loro radici proprio nel colonialismo degli ultimi due secoli. Sebbene oggi l’Occidente abbia ormai imparato a nascondere la propria avidità sotto nuove maschere, esistono ancora dei luoghi remoti sul nostro Pianeta, dove la predazione delle preziose risorse naturali avviene tuttora nel modo più diretto e feroce.
L’Amazzonia, l’immenso cuore verde dell’America Latina, insieme all’Artico è certamente una delle regioni più importanti della Terra per quanto concerne la stabilità del clima terrestre e forse è la più minacciata. Da decenni ormai la sterminata foresta pluviale si sta riducendo a ritmi sempre più veloci per fare posto a pascoli e piantagioni, alle miniere e alle trivelle. A farne le spese non è solamente la biodiversità – la più elevata al mondo – ma anche le numerose popolazioni indigene che la abitano, braccate nelle loro terre ancestrali da taglialegna e minatori illegali o dall’ingordigia criminale delle grandi corporazioni che, spesso in combutta con governi e funzionari corrotti, sono capaci di aggirare vincoli costituzionali ed opinione pubblica.
Dalla schiavitù alla sottrazione di risorse
Oggi, gli indigeni dell’Amazzonia non sono ridotti in schiavitù, come accadeva all’inizio del ’900, ma lo sfruttamento indiscriminato delle risorse della foresta pluviale, insieme alle violenze ed ai soprusi di cui sono costantemente vittime, rappresentano un’equivalente negazione del loro diritto all’esistenza, come esseri umani e come comunità. Contro di loro non è nemmeno necessario parlare di conflitto di civiltà e di esportazione della democrazia: si possono scacciare, braccare o uccidere senza bisogno di cercare delle giustificazioni di sorta.
Molti dei popoli indigeni che tuttora abitano le immense distese dell’Amazzonia hanno avuto un lungo passato di contatti con gli occidentali e hanno trovato con il tempo il modo di far valere i propri diritti, sopravvivendo all’arrivo del bianco e imparando a relazionarcisi. Moltissime però sono ancora le popolazioni che non hanno attualmente alcun contatto con il mondo esterno; nel solo Brasile il Funai(National Indian Foundation) ne conta almeno 77.
Non si tratta di popolazioni che la sorte ha lasciato isolate dal resto del mondo, non è «il buon selvaggio» di Rousseau ad abitare la foresta, ma sono i figli di donne e uomini che con ogni probabilità vivevano un tempo in comunità più grandi, e che forse praticavano l’agricoltura; donne e uomini il cui contatto con la civiltà occidentale in epoca coloniale dev’essere stato così traumatico da farli sparpagliare nei più remoti meandri della foresta, così spaventoso da convincerli ad evitare il più possibile il contatto con la nostra società.
Oggi che il mondo sta diventando sempre più piccolo, e che la ricerca frenetica di nuove risorse da sfruttare sta cominciando ad intaccare anche le ultime grandi aree incontaminate della Terra – si pensi al disastro annunciato che sono le recenti trivellazioni dell’Artico – il futuro di questi popoli che dipendono in maniera esclusiva dalle risorse che la foresta offre loro è quanto mai precario: non solo le corporazioni minacciano le loro terre, ma i governi di alcuni dei paesi in cui queste si trovano tendono a negarne i diritti, o perfino la stessa esistenza.
Le tribù incontattate
Nel 2008 José Carlos dos Reis Meirelles, un funzionario del Funai, realizzò un filmato aereo allo scopo di portare al governo peruviano una prova inconfutabile dell’esistenza di tribù isolate nell’Amazzonia peruviana, tribù che peraltro si stavano spostando in Brasile sotto la spinta di fattori sconosciuti ma facilmente identificabili nella pressione esercitata dalle compagnie del legname sul loro territorio.
Le immagini, diffuse da Survival international, destarono allora grande scalpore, ma sebbene abbiano contribuito in maniera significativa a portare l’attenzione sull’esistenza di questi popoli, la loro sopravvivenza resta tuttora appesa ad un filo e le minacce che gravano su di essa sono tutt’altro che dissipate.
L’estate scorsa un gruppo consistente di individui appartenenti a una tribù incontattata già individuata nel 2011 nello stato di Acre, si è rivolta a un insediamento Ashaninka (una «tribù contattata») in cerca di cibo e vestiti, per poi sparire nuovamente nella boscaglia, probabilmente per tornare dagli altri membri della comunità. Nonostante la pacifica accoglienza degli Ashaninka, però, l’incontro potrebbe essere stato fatale per la sconosciuta tribù in quanto le autorità del Funai hanno affermato che alcuni membri del gruppo avevano contratto l’influenza, una malattia che per noi è poco più che un fastidio ma che in molti casi simili si è rivelata letale per le comunità il cui isolamento ha impedito un’immunizzazione comune a quella del resto del mondo.
Grazie alla somiglianza della loro lingua con quella degli Ashaninka, gli indigeni hanno potuto raccontare dei violenti attacchi subiti da degli estranei che hanno massacrato la maggior parte della tribù, bruciato il villaggio e messo in fuga i superstiti, costringendoli ad abbandonare i corpi dei loro cari agli avvoltoi. È molto probabile che a colpire così duramente gli indigeni sia stato uno dei numerosi gruppi di narcotrafficanti che infestano la regione attraversata dal confine tra Perù e Brasile, dove nel 2011 una postazione del Funai era stata «conquistata» da un cartello senza che il governo fosse in grado di reagire in alcun modo.
Pochi mesi dopo, un secondo gruppo di indigeni isolati venne in contatto con gli Ashaninka, confermando il timore di un’offensiva su larga scala nel loro territorio. In settembre fu una famiglia Korubo composta da un uomo, una donna e quattro bambini a venire in con- tatto per la prima volta con un insediamento di indigeni stanziali ed è invece solo di gennaio di quest’anno la notizia che tre Awà incontattati avrebbero raggiunto una comunità Awà non isolata. Non è ancora chiaro che cosa li abbia portati al contatto, ma la ragione probabile è sempre la stessa: «Erano circondati dai taglialegna» ha raccontato un Awà della comunità stanziale all’ong brasiliana CIMI. «Sentivamo molti rumori provenienti dalle motoseghe e dai trattori che aprivano strade per tra- sportare il legno, e c’erano molti alberi marchiati per essere abbattuti. Quindi abbiamo detto loro: “Venite con noi, altrimenti i taglialegna vi uccideranno”. E sono venuti con noi».
La complicità tra governi e corporazioni
Al di là delle brutali violenze subite da narcotrafficanti e taglialegna, la spada di Damocle che pende sulla testa delle tribù incontattate è spesso rappresentata dagli stessi governi e dalle grandi corporazioni a cui questi offrono generose concessioni nei territori degli indigeni. Negli ultimi decenni gli stessi Awà hanno visto infatti mol- tiplicarsi il numero degli invasori nelle loro terre a causa di Gran Carajás, un progetto di sviluppo finanziato dalla Banca Mondiale, volto in realtà allo sfruttamento dei grandi giacimenti di ferro scoperti nel loro territorio negli anni ’70. Le strade e i sentieri aperti nella foresta dalle compagnie, infatti, permettono anche l’infiltrazione dei taglialegna e degli allevatori illegali, mentre la costruzione di un nuovo ramo della ferrovia, voluta dalla corporazione minerariaVale, ha messo ulteriormente in difficoltà i nativi, allontanando la selvaggina dalla quale dipendono.
Per le tribù incontattate del Perù, la minaccia principale è invece rappresentata dal gas, estratto dal consorzio di multinazionaliCamisea Gas Projectche opera ai margini della riserva Nahua-Nanti, casa di diversi gruppi incontattati e zona cuscinetto d’ingresso al Manu National Park, il parco con la più alta biodiversità al mondo.
Un avvelenamento lento
Già dagli anni ’80 diversi gruppi Nahua erano stati contattati da agenti della Shell in esplorazione, ed erano stati sterminati dalle conseguenti malattie contratte da questi. Nel 2004, poi, il consorzio divenne operativo ed iniziarono le estrazioni. Da allora si sono già verificati cinque gravi incidenti che hanno contaminato le acque dalle quali dipendono i Nahua e gli animali da loro cacciati; i sopravvissuti al primo contatto rischiano quindi di morire avvelenati poco a poco.
Nella primavera dell’anno scorso, dopo una campagna di pressione guidata da Survival International e durata due anni, il governo brasiliano ha finalmente deciso di inviare del- le forze di polizia a scacciare i taglia legna illegali dal territorio degli Awà e a partire dal 2013 è attiva una simile campagna volta a spingere il governo peruviano a fermare i lavori di espansione del gasdotto, lavori che le stesse Nazioni Unite chiedono di abbandonare; il futuro dei Nahua quindi non è forse del tutto oscuro.
Tuttavia, per ogni Awà o Nahua sopravvissuto, vi sono schiere innumerevoli di indios che sono stati sterminati, per il caucciù, per il legname, per il petrolio, inghiottiti dal- l’avidità umana senza lasciare traccia, senza che nemmeno si ricordi il nome del loro popolo.
Esiste un uomo nello stato amazzonico di Rondônia, in Brasile, che vive completamente solo ed è conosciuto soltanto come «l’uomo delle buche», per la sua abitudine di scavare delle buche nel terreno per catturare animali e per nascondersi. Si sposta continuamente e ha finora rifiutato qualsiasi contatto. Nel 2009 ha subito un attacco da parte degli al- levatori, gli stessi che probabilmente hanno sterminato la sua gente.
Non sappiamo se sia sopravvissuto, ma il Funai, dopo aver cercato invano di contattarlo, ha deciso di allargare il territorio protetto a lui destinato, perché possa vivere e cacciare serenamente.
Quell’uomo è l’unico rimasto della sua tribù e quando morirà, ucciso dagli invasori o serenamente nel- la sua capanna, un intero mondo di volti, parole, usanze, un universo di storie e di relazioni lascerà per sempre il mondo; una perdita di cui nessuna saprà nulla, ma che renderà un po’ più povera la foresta già minacciata dalle nostre attività, la «biodiversità emotiva» del nostro Pianeta.
Da giovane Roger Casement era partito per l’Africa infarcito degli ideali e dei buoni propositi dei colonizzatori, sentendo sulle proprie spalle il «fardello dell’uomo bianco».
Presto però l’esperienza gli mostrò la vera natura di quel fardello e di quei buoni propositi: la Frontiera, il mondo inesplorato e traboccante di ricchezze, ha trasformato l’uomo bianco proprio in quel selvaggio che fingeva di andare a civilizzare. Anche oggi, nella frontiera che l’Amazzonia rappresenta, si consumano le più atroci crudeltà.
Apriamo gli occhi!
Come Casement però, che visse la frontiera senza diventare un «selvaggio», e tornando anzi più umano e civilizzato di quando fosse partito, esistono anche oggi uomini capaci di grande solidarietà. Sulle loro spalle grava forse il peso più importante, la difesa e la testimonianza, ma noi che leggiamo comodamente seduti davanti al computer, noi che non abbiamo mai visto l’Amazzonia e forse non ci siamo mai chiesti da dove vengano le componenti minerali dei nostri smartphone, il legno della nostra tavola, il gas che ci riscalda, noi siamo milioni, e se cominciassimo ad aprire gli occhi, a informarci, a chiedere, a mettere in discussione, la nostra voce arriverebbe ovunque e capiremmo allora che il futuro di questi piccoli frammenti di umanità è nelle nostre mani.

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