“Era una buon’occasione per fare una pulizia generale e comunque si credeva che se non avevi la casa benedetta dal prete prima di Pasqua la tua famiglia avrebbe potuto incorrere in qualche disgrazia. Per ringraziare il prete gli si davano delle uova, chissà quante frittate avrà fatto in quel periodo”…Un passo da “Il libro di Pietro”, la storia di un contadino toscano.
Storie contadine: La Pasqua
Il libro di Pietro è la storia di un contadino, quelli di una volta, uno degli ultimi testimoni di un’epoca che è quasi completamente scomparsa. Dodicesimo nato da una famiglia povera di mezzadri del Valdarno, in Toscana, comincia sin da bambino a lavorare nei campi con aratro e zappa. Ma la vita non era solo fatica, i contadini sapevano anche divertirsi. La musica, la poesia e la narrazione di storielle animavano le loro serate “a veglia” intorno al fuoco, condite di un’ironia mordente.
Questo libro ci accompagna nella vita di Pietro, le sue stesse parole ci raccontano aneddoti, saperi antichi, il lavoro da fare nei campi con la peculiarità di ogni stagione.
Riportiamo di seguito un breve passo, tratto da pagina 159 e seguenti de ”
Il libro di Pietro“:
Avanti Pasqua il prete veniva a benedire le case con l’acqua santa. Le massaie lustravano la casa da cima a fondo, pulivano anche dietro gli armadi, forse avevano paura che il prete avrebbe guardato anche lì.
Si puliva anche la stalla e la cantina, si levavano le ragnatele dai muri e si spazzava dietro le botti. Era una buon’occasione per fare una pulizia generale e comunque si credeva che se non avevi la casa benedetta dal prete prima di Pasqua la tua famiglia avrebbe potuto incorrere in qualche disgrazia. Per ringraziare il prete gli si davano delle uova, chissà quante frittate avrà fatto in quel periodo.
A quel punto il Venerdì Santo si avvicinava e cresceva la tensione: si sapeva che qualcosa di terribile stava per succedere, la morte di Gesù. Il lunedì e il martedì si faceva “l’ora”: in chiesa il Cristo era coperto e un Fratello incappato lo vegliava per un’ora, poi veniva un altro per prendere il suo posto, così Gesù non rimaneva mai solo.
Poi il giovedì le donne decoravano l’altare con tanti fiori: si diceva che preparavano il Sepolcro dove Gesù sarebbe stato sepolto. Come fanno sempre le donne, facevano a gara a chi portava i fiori più belli. Il pomeriggio si andava a visitare le chiese. Bisognava visitarne sette, ma ce n’erano solo cinque nelle vicinanze, quelle di Rendola, Mercatale, Caposelvi, La Torre e Galatrona: allora se ne visitavano due un paio di volte, ci si entrava, poi si usciva e ci si entrava una seconda volta. Noi giovani andavamo in piccoli gruppi e era un altro modo per conoscere le ragazze.
Usava portare con sé un ‘bastone fiorito’: si tagliava un ramo di sanguine e con un coltello si levava una striscia di buccia torno torno, a mo’ di vite. Dopo le visite si andava alla chiesa di Mercatale dove ci aspettava il prete. Lui ci raccontava la storia di Gesù sul crocifisso e quando arrivava il momento della Sua morte e del grande terremoto battevamo “i tremiti”, cioè si picchiava per terra e sulle panche con i bastoni per fare più rumore possibile. Era l’unica volta che il prete c’incoraggiava a fare chiasso in chiesa e naturalmente ci s’approfittava dell’occasione! Poi bisognava calmarsi perché c’era la predica. Alle undici suonavano le campane e poi venivano legate fino al sabato mattina.
Normalmente suonavano a mezzogiorno e alle sette, e era utile per tutti perché l’orologio non l’aveva quasi nessuno: quindi per un paio di giorni bisognava indovinare l’ora guardando il sole, mica facile quando era nuvolo. Invece delle campane suonavano una raganella(1), ma si sentiva solo dentro Mercatale, non fuori nei campi.
Il giorno dopo era Venerdì Santo e si faceva la processione di notte, era uno spettacolo con tutti quei lumi, lanterne, torce, candele, ognuno portava quello che aveva. Si prendeva il Cristo dalla chiesa e si faceva un grande giro con tutti i Fratelli incappati presenti, la banda che suonava la marcia funebre e il popolo dietro. Prima si passava per la Torre e poi si scendeva al borro. Era difficile passarci in primavera senza bagnarsi i piedi, allora, pensando di raccomandarsi al popolo, i fascisti ci fecero un ponte; ma lo fecero troppo stretto e le spalliere di ferro erano troppo alte, allora per passarci con il Cristo bisognava alzarlo per l’aria, se aveste sentito le eresie! Poi salivano dall’altra parte e passavano per il Crocifisso, cioè per il bivio di Caposelvi, e tornavano a Mercatale.
Il sabato pomeriggio o la domenica mattina presto, bisognava confessarsi prima di andare a comunicarsi e qui sorgeva un problema. Se si andava dal prete della propria chiesa lui chiedeva quando era l’ultima volta che ci eravamo confessati e ci si vergognava a ammettere che non ci si era confessati da un anno, cioè dalla Pasqua precedente. Allora si andava a confessarsi al convento dei Cappuccini, giù vicino a Montevarchi. Tanti ci andavano, si vede che si trovavano nella stessa condizione. In un anno qualche peccatuccio lo avevamo commesso, anche se era solo qualche bestemmia, allora il frate ci dava un sacco di penitenze, cento avemmarie, cento paternostri. Roba da matti e chi aveva tempo di dirli tutti prima di comunicarsi? Fortunatamente i Cappuccini avevano previsto questo problema, perché quando uscivamo dal convento c’erano due frati piazzati lì fuori e se gli davi una lira ci pensavano loro.
Il giorno di Pasqua tutti andavano alla messa, anche quelli che ci credevano poco. Il Cristo veniva scoperto perché ormai era risorto e il prete suonava le campane per annunciare il fatto a tutti. Poi si faceva un grande pranzo: di solito si mangiava l’agnello in umido con spinaci. A Mercatale anche il giorno dopo era di riposo perché era la festa del Redentore, il patrono della nostra chiesa. Allora si faceva un’altra processione con il Cristo che stava nella stanza del Redentore. C’è un Cristo identico nella chiesa di San Lorenzo a Montevarchi. Si diceva che un falegname vide un sorbo e proclamò: “Di questo sorbo vorrei fare un Cristo!”. Si fece chiudere nella sua falegnameria e gli diedero da mangiare attraverso una botola. Giorni dopo aprirono la porta e trovarono non un Cristo ma due, lui invece non c’era più. Dicevano che era successo un miracolo ma io pensavo che forse aveva la moglie bisbetica e avesse voluto trovare un modo per svignarsela.
La Pasqua era la festa più bella e più grande dell’anno ma ce n’erano tante altre. Spesso cadevano di domenica, quando non si lavorava comunque, però si sentiva lo stesso che erano domeniche diverse dalle altre. Prima di Pasqua c’era la festa di San Giuseppe, quando era l’usanza fare le frittelle. Si facevano solo quel giorno perché consumavamo troppo olio per farle spesso. Così si apprezzavano di più!
Dopo Pasqua c’era l’Ascensione, non so cosa rappresentasse ma era una festa bella perché si mangiava sempre fuori. La gente di Mercatale andava su al Torrione per fare una merenda tutti insieme, ma noi mangiavamo nel campo nostro con i parenti. Di solito era il giorno che si marimetteva(2) la finocchiona.
Quel giorno non si lavorava mai, si diceva:
“Non vanno nemmeno gli uccelli al nido.”
Note:
(1) Strumento di legno fatto di una girella dentata.
(2) (tosc.). Si avviava, si cominciava ad adoperare.
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