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La parola magica

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“I prodotti e i servizi delle multinazionali dell’agroindustria e i prodotti e le pratiche delle agricolture sostenibili e solidali sono espressione di due differenti visioni del mondo”… Dalla rubrica “La zappata” pubblicata sul mensile Terra Nuova Dicembre 2014.

La parola magica

I prodotti e i servizi delle multinazionali dell’agroindustria e i prodotti e le pratiche delle agricolture sostenibili e solidali sono espressione di due differenti visioni del mondo. Quando però si deve costruire una dimensione commerciale, diviene più complesso distinguere i percorsi.
Gli strumenti del mercato paiono neutrali rispetto ai fini, come il marchio registrato, che nel nostro sistema giuridico è regolato dal Codice della proprietà industriale (D.Lgs. 10/2/2005 n° 30). Di fatto però si tratta dell’espressione di un’economia fondata esclusivamente sulla produzione di merci, materiali e immateriali, quindi sulla mercificazione di tutto… diritti e beni comuni compresi.
Il marchio registrato è oggettivamente uno strumento di diritto privato. Vediamo oggi registrare marchi su varietà di grani storici, su prodotti biologici, sociali, solidali, su filiere distributive e così via.
Indubbiamente le motivazioni sono molte e diverse, talvolta rientrano in un reale progetto partecipato e condiviso, ma molto più spesso sono l’espressione di uno spirito speculativo.
Il marchio registrato svolge una sua funzione, a volte necessaria, nei mercati di grande scala, dove non esiste o non è possibile il rapporto diretto tra produttore e consumatore, ma perde significato e utilità nelle economie locali e di prossimità.
Nei nostri percorsi che sentiamo virtuosi – biologico, solidale, sociale e così via – si può notare un ricorso sempre più diffuso a marchiare il proprio ambito d’azione, a volte si pensa al marchio prima ancora di avere i prodotti. Pensare in questi termini vuol dire privilegiare la dimensione del grande mercato e competere utilizzando gli stessi strumenti dell’agroindustria.
Ne nascono domande ingenue:
Che cosa c’entra un codice industriale con le pratiche contadine?
Vogliamo proporre un mo(n)do diverso curandoci di registrarlo con un marchio?
Il marchio è intrinseco alle merci, ma noi non sosteniamo forse che «il cibo non è una merce ma un diritto»?
Se l’agricoltura contadina vuole escludere processi di tipo industriale, come può utilizzare uno strumento che fa parte di un codice industriale?
Economia contadina e diritto al cibo hanno bisogno di altri strumenti, che già esistono e di cui l’agricoltura di comunità e la garanzia partecipata sono solo alcuni esempi.
Articolo tratto dalla rubrica “La Zappata” pubblicata sul mensile Terra Nuova Dicembre 2014.

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