A San Valentino si regalano fiori avvelenati e prodotti dallo sfruttamento di manodopera. Pesticidi, inquinamento e diritti violati… un viaggio nei fiori recisi, tra occasioni perse e scelte consapevoli.
A San Valentino regala un fiore… consapevole
Fiore non sempre fa rima con Amore. Il gesto di regalare un bouquet per San Valentino può fare anche bene al cuore, ma l’incanto si sgretola facilmente se si getta lo sguardo sotto quei petali perfettamente lucidi e pettinati.
Quello che riceviamo o regaliamo è molto probabilmente un fiore avvelenato, zeppo di pesticidi e coltivato in paesi dove lo sfruttamento della manodopera ha un costo umano e sociale altissimo. Un problema che riguarda principalmente la coltivazione di rose, che anche in Italia provengono ormai quasi completamente dai paesi del Sud del Mondo.
Associazioni, comitati di contadini e lavoratori stanno portando avanti campagne e mobilitazioni per denunciare le numerose violazioni di diritti commesse dalle imprese floricoltrici nei paesi africani o del Sudamerica. La situazione è particolarmente drammatica nei paesi di Naivasha, in Kenya, dove oltre 50 mila persone sono impegnate in floricoltura e dove le multinazionali del settore sono accusate di violazioni dei diritti sindacali, sfruttamento e assenza di misure protettive a tutela della salute della popolazione.
Le tutele sarebbero addirittura inferiori in Etiopia, paese che sta conquistando fette sempre maggiori di mercato, mentre in Colombia, secondo esportatore mondiale, l’uso di pesticidi, stimato in circa 200 kg per ettaro, obbliga i bambini a trattamenti medici continui.
Ma allora perché non li produciamo da noi? Cosa è rimasto dalla nostra gloriosa produzione dalla Liguria alla Sicilia, passando per la Toscana e la Campania?
Gli olandesi ci fanno il mazzo
Purtroppo anche i floricoltori sono andati in crisi. La velocità e la globalizzazione delle merci hanno contribuito a erodere le basi della produzione italiana, superando i limiti connessi alla natura effimera della pianta e del fiore. Complice l’efficienza logistica di matrice olandese, che ha in mano il centro di smistamento mondiale di fiori ad Amsterdam. Un fiore reciso arriva dal paese di produzione al banco di vendita dopo ventiquattr’ore, ancora fresco e profumato.
Ma dove nasce il pericolo si annida anche la salvezza. È proprio in Olanda, infatti, che è stato creato un blocco internazionale di sindacati e organizzazioni non governative, a maggioranza tedesche e olandesi, che ha deciso di prendere di petto la questione con la creazione della Fair Flowers Fair Plants, una fondazione internazionale che garantisce una produzione di fiori e piante a livello mondiale nel rispetto dell’ambiente e dei lavoratori, garantendo una produzione locale sostenibile anche nei paesi europei. Le due certificazioni internazionali che sono nate da questo impegno, nel 2006, sono FFP (Fair Flowers Fair Plants) e FLP (Flowers Label Program), entrambe basate su un codice internazionale di condotta che stabilisce gli standard relativi ai diritti sindacali, umani e ambientali.
L’Italia purtroppo, ci dispiace doverlo riconoscere, non ha saputo agganciarsi a questa spinta innovatrice del mercato floricolo, e la creazione di una filiera etica certificata è rimasta solo sulla carta. Questa generale mancanza di innovazione, collegata a una costante crescita dei costi idrici ed energetici e alla pressione fiscale, è stata determinante per generare, secondo l’ultimo censimento Istat, un calo del numero di aziende e della produzione complessiva.
E se invece di un fiore reciso, destinato ad appassire, regalassimo un a pianta in vaso?
Purtroppo anche in questo campo l’Italia, nonostante l’elevata capacità produttiva, non riesce a soddisfare la richiesta del mercato nazionale, per via della forte competizione da parte di Paesi Bassi e Danimarca. Sicuramente la produzione italiana ed europea ha degli standard etici e ambientali più rigorosi di quelli degli altri paesi, ma non bisogna dare nulla per scontato. L’impiego di manodopera sottopagata o al nero è una pratica ben diffusa nel comparto, anche in Italia.
A ciò si aggiunge il fatto che per la floricoltura oggi si impiegano numerose sostanze chimiche, dai fertilizzanti di sintesi fino ai pesticidi tossici progettati per combattere parassiti e funghi e controllare le piante infestanti.
Come spiegano gli esperti di
Greenpeace nel rapporto
Eden Tossico,
i neonicotinoidi sono insetticidi sistemici, che si distribuiscono in tutti i tessuti della pianta, ben oltre il periodo di trattamento. Inizialmente risultano contaminate le foglie, i fiori, le radici e gli steli, ma poi l’avvelenamento si estende anche al nettare con cui
vengono in contatto gli impollinatori.
Il consiglio è quello di orientarsi verso la produzione biologica di fiori e piante ornamentali, che, pur essendo ancora limitata, è realizzata da diverse realtà che si distinguono sul territorio nazionale.
La certificazione Fairtrade, ad esempio, copre la produzione di rose e altri fiori dal Kenya, favorisce l’inserimento lavorativo delle donne e prevede controlli stringenti sull’uso di sostanze chimiche e nella gestione di acqua e rifiuti. Ad oggi i lavoratori impiegati nelle piantagioni di fiori certificati Fairtrade sono circa 37.500, la metà dei quali sono donne.
I fiori contraddistinti dal marchio garantiscono ai lavoratori dei paesi in via di sviluppo contratti di lavoro duraturi, un prezzo equo e un margine aggiuntivo da investire in progetti a beneficio dell’intera comunità, il tutto in assoluta trasparenza.
L’articolo è un estratto dal dossier “Alla ricerca del fiore perduto” pubblicato sul mensile Terra Nuova Febbraio 2015, che offre un viaggio completo, ricco di approfondimenti, contatti e interviste, nel mondo dei fiori e delle piante per attuare scelte consapevoli, nel rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori.
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