Le storie che potete leggere di seguito sono tratte da
Il libro di Pietro, un testo che racconta la storia di un contadino, ultimo testimone di un’epoca che è quasi completamente scomparsa. Dodicesimo nato da una famiglia povera di mezzadri del Valdarno, in Toscana, comincia sin da bambino a lavorare nei campi con aratro e zappa. Ma la vita non era solo fatica, i contadini sapevano anche divertirsi. La musica, la poesia e la narrazione di storielle animavano le loro serate “a veglia” intorno al fuoco, condite di un’ironia mordente. Questo libro ci accompagna nella vita di Pietro, le sue stesse parole ci raccontano aneddoti, saperi antichi, il lavoro da fare nei campi con la peculiarità di ogni stagione. In vendita in offerta su
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I racconti di Natale di Pietro
(…) Poi c’era il Natale. Come sempre per la vigilia di una festa non si mangiava la carne, infatti si diceva: “Chi guasta la vigilia di Natale; Corpo di becco e anima di cane!”. Poi si andava alla messa di mezzanotte per celebrare la nascita di Gesù e si cantava “Tu scendi dalle stelle”, a quei tempi si cantava quella canzone e basta, non si conosceva “Ginghel bels” [sic].
Il giorno di Natale era l’usanza ammazzare un cappone e fare una bella scorpacciata. Poi veniva Capodanno ma non si celebrava tanto come si fa ora. Era una festa con la solita messa e le funzioni e basta, semmai si faceva un bel pranzo e la sera si andava a veglia.
La prossima festa, la Befana, era la festa dei ragazzi. Si spiegava ai piccoli che la Befana era una specie di strega buona che andava in giro con un ciuchino per portare regali ai bambini: prima di andare a dormire loro dovevano mettere le scarpe in fondo al letto e lei scendeva dal camino e riempiva le scarpe dei bambini buoni di frutta e dolciumi, ma in quelle dei bambini cattivi metteva solo carbone. Allora la sera bisognava preparare sul focolare una mannina di legna per la Befana, così poteva riscaldarsi, e un fastellino di fieno per il ciuco.
Ora i bambini sanno più di Babbo Natale che della Befana, ma mi sembra triste che si stia perdendo una tradizione che è veramente italiana. Dopo la Befana ricominciava il periodo di Carnevale e si ripartiva da capo. L’anno era come una grande ruota che girava. Noi contadini lavoravamo tanto, ma c’era sempre qualche festa in arrivo allora si lavorava più volentieri nell’attesa. Molte delle feste ci sono ancora ma la gente le apprezza meno perché hanno più tempo libero comunque. E’ meglio così, ma le persone della mia generazione rimpiangono le feste come erano una volta proprio perché erano più apprezzate.(…)
(…) Nel periodo di Natale molti contadini portavano regali ai loro padroni e i fiorentini gironzolavano per la stazione proprio per tendergli qualche trappola e impadronirsi dei regali.
Difatti, un fiorentino vide il nostro Boccio con i capponi e gli andò subito incontro. “Buongiorno”, disse, “mi ha mandato il padrone per riscontrarvi.” “Bene,” disse il contadino, senza chiedersi come il padrone avesse saputo del suo arrivo quando non l’aveva avvertito, “e come sta?” “Bene sta,” disse il fiorentino”. “Vi aspetta con ansia, ti porto io a casa sua. Anzi, vi do una mano a portare la roba, datemi i capponi, la granata la portate voi”.
Si mise in cammino e lo seguì il contadino, che sapeva una Madonna dov’era. Dopo qualche minuto il fiorentino si ferma fuori dal negozio di un ciabattino e dice: “Aspettatemi qui un momento, il padrone mi ha detto di pigliare delle scarpe che sono state raccomodate.” Entra nel negozio e Boccio si mette fuori a aspettare. Aspetta aspetta aspetta, ma l’altro non arriva. Finalmente il contadino si fa coraggio e entra nel negozio. “Avete mica visto uno che è venuto a pigliare le scarpe del mio padrone?”. Il ciabattino gli risponde: “È entrato uno dieci minuti fa con due capponi in mano. Ma non ha parlato di scarpe, è passato e è uscito dall’altra porta.” Così Boccio è rimasto con la granata in mano, ma quando finalmente trovò la casa del padrone aveva solo quella come regalo (…).
(…) Così durante le veglie si parlava di streghe e di stregoni, tutti avevano qualche esperienza da raccontare. Si parlava anche delle “paure”. Erano spettri di animali, o di morti tornati a visitarci perché erano dannati. Alcuni spettri erano associati con certi luoghi: si vedeva un vitello verso la Fornace e una scrofa al Cantone (un pezzo di bosco vicino al borro), mentre nei dintorni di Rendola si vedeva un tacchino pelato.
Dopo aver raccontato le paure, i contadini avevano poca voglia di uscire di casa! Di notte la campagna era buia pesta, nemmeno i paesi erano illuminati. Con solo una lanterna in mano era facile immaginare gli spettri anche per chi non ci credeva alla luce del giorno.
Mi ricordo di un certo Morino che abitava vicino a Rendola. Alla vigilia di Natale andò a veglia e poi a Messa e tornò a casa al buio, sperando di non incontrare quel tacchino pelato strada facendo. Entrò in casa e andò a tastoni nel buio verso il focolare per cercare il lume a olio. All’improvviso batté il naso contro un tacchino pelato davvero! Dopo averlo preparato per il pranzo di Natale, le donne di casa l’avevano appeso alla mensola. Morino s’impaurì tanto che fece un balzo indietro e rovesciò la tavola, le panche, tutto. C’era tanto intremotìo che svegliò tutta la famiglia.
Suo fratello disse: “Si sono sciolti i vitelli!” E un altro: “Cos’è, un terremoto?” Tutti corsero in cucina e trovarono il povero Morino disteso per terra, bianco come un panno lavato. Ebbe tanta paura che il giorno dopo aveva la febbre a quaranta e dovette passare il Natale a letto (…).
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