Vivere Basso, Pensare Alto: intervista ad Andrea Strozzi
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Vivere Basso, Pensare Alto: intervista ad Andrea Strozzi
Il termine sicuramente più azzeccato è “valori”. Gli ideali appartengono alla famiglia delle utopie, che raramente si dimostrano in grado di imprimere ai nostri comportamenti una svolta effettiva e a corto raggio. È invece la rimodulazione dei valori su scala prima individuale e poi comunitaria che, inevitabilmente, consentirà di fuoriuscire (quasi) indenni da questo movimento tellurico delle coscienze che qualcuno ama definire “crisi”.
Vivere basso e pensare alto, una massima che si ispira alla filosofia trascendentalista nientemeno che di Thoreau, è una formula che ha la fortuna di riassumere perfettamente in sole quattro parole il riassetto valoriale di cui secondo me ci sarebbe bisogno: vivere cioè più vicino al suolo e lasciare la testa libera di esprimersi ai massimi livelli, decolonizzando l’immaginario dominante e – perché no – architettandone uno nuovo.
Si è trattato di un processo lungo. Oggi, voltandomi indietro, direi che fondamentalmente sentivo di essere molto più di quello che volevano che io fossi. Molto spesso la realtà in cui operiamo, in particolare quella lavorativa, ci “programma” per adempiere a un ben preciso compito, previsto per noi da qualcuno che, non avendo quasi mai a cuore quello che realmente siamo, ignora i nostri veri bisogni; bisogni che, inevitabilmente, attingono al serbatoio dei valori.
Ovvio che se il nostro bisogno prioritario è quello di poter sfoggiare al polso un Rolex d’oro, questo sistema neoliberista a trazione capitalistica va ancora benissimo! Ma se, come sempre più spesso accade, le persone cominciano finalmente a chiedersi cosa sia realmente a procurare loro benessere, potremmo cominciare a vederne delle belle! Per quel che mi riguarda, io ho semplicemente cominciato a inseguire i miei naturali bisogni con leggero anticipo sugli altri. Nel 2004, cioè tre anni prima di Lehman Brothers, grazie anche a un’attività di analisi scenari di mercato, intuii che qualcosa sarebbe presto accaduto a livello sistemico. Entrai così in possesso di una vecchia stalla diroccata adiacente a campi e boschi e, nei tre anni successivi, mi occupai personalmente della sua ricostruzione, passando ogni ora di ferie e di tempo libero in cantiere sui ponteggi. Stavo maturando la fase del distacco da una precedente realtà professionale che non esito a definire alienante, esclusivamente fondata sul dogma dell’accumulo ad ogni costo, che si sarebbe presto rivelata la principale minaccia agli equilibri socioeconomici occidentali.
Posso certamente dirti cosa sto facendo io. Ma non mi sentirai mai dare un consiglio di tale portata agli altri: ho infatti troppo rispetto per la responsabilità, anche se spesso sopita, dei miei simili, per pensare di potermi sostituire a loro nei processi decisionali che li riguardano.
La direzione verso cui io e la mia famiglia ci stiamo muovendo è quella di una profonda consapevolezza interiore. L’attuale modello culturale ha ormai esaurito la sua carica ammaliante. Molti di noi si ostinano a negare questa evidenza soltanto perché hanno una fifa blu delle conseguenze.
Infrangere il palinsesto di (dis)valori che ci ha accompagnati per tutto il secondo Dopoguerra è un’operazione indubbiamente delicata, sia a livello psicologico che politico: meglio negare ad oltranza che il terreno sotto i nostri piedi si sta progressivamente sgretolando, piuttosto che impegnarsi seriamente in una ricostruzione dell’avvenire. Meglio mentire a se stessi, piuttosto che realizzare che occorre cambiare radicalmente qualcosa nelle nostre prassi. Acquisire la consapevolezza è dunque il primo passo per cambiare efficacemente il nostro destino. E quando sei fuori da quella gabbia d’acciaio, le tue potenzialità si accrescono in modo impressionante e dietro di te lasci quell’odioso guscio che avevi costruito in tanti anni, fatto di timori, pressioni, ansie, spinte e controspinte, alla continua e disperata ricerca di quel precario e illusorio equilibrio tra una presunta affermazione individuale e un’effimera legittimazione sociale.
Smetti di essere come ti vogliono. Smetti di essere quello che fai. Torni ad essere te stesso. Cominci a fare quello che sei. Acquisisci una nuova consapevolezza. Magicamente, tutte le porte a cui bussi si aprono. Sembra quasi che, dall’altra parte, qualcuno stia captando quell’energia. E non voglia privarsene. E i progetti partono. La tua positività è contagiosa. Cambi modo di relazionarti con gli altri.
La parola rinuncia non esiste. Da oltre cinque anni non abbiamo in casa la televisione: non vi abbiamo rinunciato, ci siamo semplicemente resi conto che non ci serviva. Ci siamo focalizzati sul nostro non avere bisogno. E’ un esempio stupido, lo so, ma significativo. Quindi direi certamente che il termine più azzeccato è riscoperta. Ivan Illich, a mio avviso uno dei maggiori pensatori del secolo scorso, distingueva fra bisogni e fabbisogni: mentre i primi riguardano direttamente il soggetto desiderante, i secondi erano stati scientificamente concepiti a tavolino per soddisfare gli interessi di una serie di infrastrutture e portatori di interessi intermedi che, col soggetto desiderante, non avevano nulla a che fare. E’ così che si è passati dal bisogno di nutrirsi alla genetica alimentare o al land-grabbing; e dal bisogno di curarsi a fenomeni come Big-Pharma o a un consumo di psicofarmaci che nei paesi Ocse cresce a un ritmo del 6% annuo; o dal bisogno di abitare in un luogo sicuro al 75% della popolazione europea che ormai vive nelle città, o a un consumo di suolo scriteriato. Ecco: dovremmo limitarci a riscoprire e coccolare i nostri bisogni. La rincorsa ai fabbisogni è il principale responsabile della cosiddetta crisi.
Con l’esempio. L’unico modo per smantellare un sistema di (dis)valore è renderlo obsoleto. Sostituirlo con un altro, più autentico, rigenerante, rispettoso della natura umana e della Natura in genere. Sto parlando di un approccio che qualcuno chiama decrescita, ma che io preferisco definire bioeconomia, rifacendomi direttamente al fondatore di questa disciplina.
La bioeconomia, in sintesi, è una concezione dell’attività umana che, ispirandosi alla biologia e alla fisica, concepisce ogni processo produttivo come se fosse un processo naturale: come tale, va studiato e applicato in una dimensione di sostenibilità olistica. In altre parole, dobbiamo ficcarci bene in testa che, in ogni cosa che facciamo, il primo pensiero dovrà adesso andare alla tutela del nostro habitat. Qualcuno arriva a chiamarlo sociocentrismo. Ma questa è tutta un’altra storia.
Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Febbraio 2015.
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