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#DivestItaly, via i soldi da carbone e petrolio

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E’ arrivata anche in Italia #DivestItaly, la campagna che sensibilizza gli investitori istituzionali e gli enti pubblici al disinvestimento da titoli azionari e obbligazionari di imprese che estraggono e commercializzano carbone, petrolio e gas.
E’ arrivata anche in Italia #DivestItaly e tra gli aderenti ci sono Legambiente, È Nostra, Fima, Viração e Fondazione Culturale Responsabilità Etica.
La campagna #DivestItaly sensibilizza gli investitori istituzionali e gli enti pubblici al disinvestimento da titoli azionari e obbligazionari di imprese che estraggono e commercializzano carbone, petrolio e gas, ritenuti tra i maggiori responsabili dei cambiamenti climatici in corso.
A livello internazionale la campagna è partita negli Stati Uniti nel 2012, su iniziativa di studenti e alunni che hanno chiesto alle proprie università di disinvestire la liquidità da società implicate nell’estrazione e vendita di combustibili fossili.
Ad oggi, più di 400 investitori istituzionali – tra cui università, ordini religiosi, fondi pensione, ecc. – e 2.000 individui in tutto il mondo si sono impegnati ad azzerare o ridurre i propri investimenti nei combustibili fossili per un totale di oltre 2.600 miliardi di dollari. E’ arrivato il momento che anche in Italia le organizzazioni ambientaliste e per i diritti umani, tutte, si attivino in questa direzione e condividano campagne comuni.
Disfarsi dei titoli di imprese che hanno un alto impatto sul surriscaldamento della terra fa bene anche ai rendimenti. Lo ha dimostrato un rapporto dell’ONG britannica Platform London pubblicato a fine settembre. Come ha riportato il Financial Times l’11 ottobre, negli ultimi 18 mesi i fondi pensione inglesi avrebbero perso quasi un miliardo di per avere puntato su titoli di imprese che estraggono carbone. Il Greater Manchester Pension Fund (fondo pensione dei dipendenti pubblici della città metropolitana di Manchester) ha perso da solo 224 milioni di dollari.
Riguardo al petrolio, in base ai dati dell’indice Dow Jones Exploration & Production, le compagnie che lo estraggono hanno perso mediamente il 32,77% in borsa dal giugno del 2014, quando è crollato il prezzo del greggio (dato calcolato dal 23 giugno 2014, quando l’indice ha raggiunto il picco dell’anno, al 5 novembre 2015). Che senso ha, quindi, mettere i soldi in queste società?
Pochi giorni fa se n’è accorta addirittura BlackRock, la più grande compagnia di investimento del mondo con 4.300 miliardi di patrimonio da gestire. Nello studio “The price of climate change” ( Il prezzo dei cambiamenti climatici) ha analizzato tutti i possibili impatti che il surriscaldamento del pianeta potrebbe avere sui portafogli di investimento. Non tutte le imprese petrolifere perderanno – scrive BlackRock – in effetti gli operatori “low-cost” potrebbero salvarsi nel breve periodo. Ma chi ha puntato su progetti di estrazione ad alto costo e ad alto rischio per l’ambiente (sabbie bituminose, acque profonde e ultra-profonde) rischia grosso, sia per il basso prezzo del petrolio (che non accenna a salire), sia per l’approvazione di nuove leggi a difesa del clima che potrebbero frenare gli investimenti, lasciando milioni di barili di olio sottoterra o “stranded” (spiaggiati), come dicono gli esperti che parlano, appunto, di “stranded assets”(risorse spiaggiate o bloccate).
Nei prossimi mesi la campagna #DivestItaly cercherà di far capire agli investitori istituzionali italiani che puntare su titoli di imprese che contribuiscono in modo rilevante a surriscaldare il pianeta, non è solo un pessimo affare per l’ambiente ma anche per i rendimenti. I promotori della campagna a livello internazionale sono convinti che il disinvestimento dai combustibili fossili avrà un successo almeno pari al movimento che portò migliaia di cittadini e istituzioni, dagli anni settanta fino al 1994, a vendere i titoli di imprese conniventi con il regime di apartheid in Sudafrica.

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