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Fermiamo il petrolio per fermare il terrorismo

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Il petrolio non è affatto finito. Ma dobbiamo al più presto smettere di usarlo per salvare il nostro pianeta. I prezzi al ribasso del petrolio sono un ostacolo e potrebbero presto far scoppiare una bolla finanziaria
Il petrolio non è affatto finito, ma dobbiamo smettere di usarlo. L’appello arriva da Christophe McGlade e Paul Ekins della prestigiosa unità britannica UCL (University College London), autori di uno studio pubblicato da Nature. Gli scienziati – spiega il quotidiano The Independent – stimano che, per contenere l’aumento delle temperature globali entro la soglia del 2 gradi centigradi, sia necessario lasciare nel sottosuolo un terzo delle riserve globali di petrolio, metà di quelle di gas naturale e addirittura l’80% di quelle di carbone.
Il picco di Hubbert è stato ormai superato, ma viviamo oggi il paradosso che c’è più petrolio di quanto ce ne serve. L’eccesso di offerta di petrolio oggi è ulteriormente sbilanciato dalla riduzione della domanda, su cui pesa sicuramente la crisi strutturale dell’economia occidentale e la crescita molto rapida delle energie rinnovabili. Ma le guerre economiche e i conflitti per l’accaparramento delle risorse sono una realtà ancora molto minacciosa.
Secondo molti esperti la sfida energetica del XXI secolo si gioca tra fanatici dell’atomo e paesi che invece hanno deciso di investire su solare, eolico e altre energie rinnovabili.
Ma intanto i prezzi del petrolio al ribasso potrebbero comportare il rischio imminente di una bolla finanziaria visto che nel ventre delle grandi banche di Wall Street ci sono circa 1.100 miliardi di dollari di titoli legati all’industria del fracking incapace di reggersi con questi prezzi. Inevitabile pensare a strategie di controllo geopolitico tra le forze mondiali: nel mettere sul mercato ingenti quantità di greggio si pregiudica inevitabilmente i prezzi con forti ricadute per chi ha operato in ingenti investimenti.  L’organizzazione dei produttori si trova divisa in due filoni: mentre Iran, Venezuela e Algeria vorrebbero che si contenesse la produzione per far risalire i prezzi, al contempo Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iraq e altri paesi del Golfo sono contrari a chiudere i rubinetti.
Tra i paesi produttori più danneggiati dai prezzi bassi ci sono Venezuela, Iran, Nigeria, Ecuador, Brasile e Russia. In difficoltà anche la produzione in molti Stati Usa, come Alaska, North Dakota, Texas, Oklahoma e Louisiana. Andranno in grave difficoltà quelle nazioni che hanno calibrato i loro bilanci nazionali su un prezzo del petrolio superiore ai 100 dollari al barile. Impossibile non pensare al terrorismo e al fatto che la principale fonte di finanziamento dell’Isis è la vendita del petrolio. Negli scenari per il controllo del potere l’oro nero continua a essere determinante. Un motivo in più per scegliere le rinnovabili.

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