La Nasa lancia l’allarme: un caldo così non si è mai visto, e bisogna fare subito qualcosa. Gli Stati si impegnano a ridurre le emissioni, ma ci vogliono scadenze più stringenti…
Il 2015, prevede la Nasa, sarà, infatti, l’anno più caldo mai registrato: a livello globale, fra gennaio e maggio la temperatura non era mai stata così alta. Un decimo di grado più dell’anno scorso, che era il record precedente.
Alcuni scienziati pensano che il riscaldamento immagazzinato in profondità dagli oceani negli ultimi anni stia per emergere in superficie, facendo fare alla temperatura sulla terraferma un balzo in avanti e spingendo i ghiacciai della costa dell’Antartide ancor più oltre la soglia critica dello scioglimento. Il processo è già in corso. Il New Scientist calcola che si è ormai innescato un innalzamento irreversibile di un metro del livello dei mari nei prossimi decenni e di cinque metri nel prossimo secolo: buona parte di New York, Londra e Venezia sono destinate comunque a finire sott’acqua. È troppo tardi per tornare indietro.
È il segnale che c’è sempre meno tempo per fermare l’effetto serra e, anzi, comincia a non essercene più. Le emissioni di anidride carbonica hanno avviato una trasformazione del pianeta destinata a diventare sempre più inarrestabile. Gli impegni, a prima vista coraggiosi, che cominciano a prendere i governi di diversi paesi non bastano. Anche l’annuncio dei G7 di un obiettivo di riduzione delle emissioni vicino al 70 per cento, rispetto a cinque anni fa, entro il 2050 non basta. Il 2050 è troppo lontano. Se si vuole tenere aperto uno spiraglio alla possibilità di fermare l’aumento della temperatura, rispetto all’epoca preindustriale, a 2 gradi, come chiedono scienziati e governi, le emissioni vanno fermate subito. Nel 2020, cioè domani mattina. Come? Tagliando drasticamente carbone e petrolio. L’allarme e l’appello vengono da un angolo inaspettato. La Iea, International Energy Agency, è l’agenzia che si occupa di energia, per conto dell’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i trenta paesi più industrializzati e più ricchi del pianeta. Incaricata di assicurare un ordinato rifornimento di energia ai paesi consumatori, la Iea va da sempre a braccetto con sceicchi e Big Oil. Ora, non più. Due terzi delle emissioni di CO2 sono legati alla produzione e all’uso di energia: si deve, dunque, cominciare di lì, dice il rapporto su “Energia e cambiamento climatico” che l’agenzia pubblica in questi giorni.
Non partiamo da zero. L’anno scorso quasi metà di tutta la nuova capacità di produrre energia è venuta dalle rinnovabili e la rapida espansione delle fonti a basso contenuto di carbonio ha avuto come risultato che crescita economica e aumento delle emissioni di CO2 non vanno più di pari passo: l’economia mondiale è cresciuta del 3 per cento, ma le emissioni sono rimaste uguali all’anno prima. Su questo trend si innestano gli impegni nazionali di contenimento della CO2 che i governi stanno prendendo in vista della Conferenza di Parigi di fine anno. Paesi responsabili per un terzo delle emissioni globali hanno già presentato i loro impegni. Gli Stati Uniti ridurranno le emissioni fra il 26 e il 28 per cento (rispetto al 2005) entro il 2025. Più determinata l’Europa: meno 40 per cento, rispetto al 1990, entro il 2030. Anche Russia e Messico conterranno le emissioni e, soprattutto, si muove un grande inquinatore come la Cina che porrà un tetto alle emissioni nel 2030 o anche prima. Rispetto al 2009, quando il mondo, alla conferenza di Copenhagen, non riuscì a raggiungere un accordo sulle emissioni, lo scenario politico è completamente cambiato. Ma il risultato? Scarso, dice la Iea. Di fatto, serve solo a farci guadagnare non più di otto mesi. E ci proietta al di là del tetto dei due gradi.
Le ricette dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea) sono tassative: aumentare l’efficienza energetica nell’industria, nei trasporti, negli edifici (gli effetti maggiori si avrebbero in Cina). Aumentare gli investimenti in rinnovabili dai 270 miliardi di dollari l’anno di oggi ad almeno 400 miliardi. Ridurre progressivamente l’utilizzo delle centrali a carbone più vecchie e bandirne la costruzione di nuove (i paesi più interessati sono Germania, Cina, India e Australia). Tagliare gradualmente i sussidi ai consumatori di benzina e gasolio (una misura che tocca, in particolare, i paesi emergenti). Ridurre le emissioni di metano nella produzione di gas e petrolio, ovvero, i fuochi in testa ai pozzi.
Insomma ce la potremmo anche fare, ma ci vuole tanto impegno.
Fonte: KyotoClub