Il consumo di carne equina contribuisce al drammatico destino di uno degli animali meno tutelati.
Carne di cavallo. Sai cosa c’è dietro?
Sport equestri, spettacoli circensi, manifestazioni popolari e ricreative: sono tutte occasioni per giustificare lo sfruttamento di una delle specie animali meno salvaguardate, il cavallo, ritenuto a seconda del bisogno animale da lavoro, da compagnia o da reddito.
L’Italia è il paese dei palii, delle corse e delle giostre con i cavalli. E gli italiani, insieme a belgi e francesi, risultano tra i primi consumatori di carne equina in Europa. Questo dato appare ancora più sorprendente se si considera la maggioranza favorevole a una recente proposta di legge che intende equiparare i cavalli agli altri animali d’affezione, in modo da impedirne la macellazione.
A raccontare le sofferenze fisiche e psicologiche che vengono inflitte ai cavalli da reddito è l’associazione Essere Animali, la cui indagine Viaggi senza ritorno si è posta l’obiettivo di documentare la parte più drammatica di questa filiera, che va dal carico sui mezzi di trasporto sino ai mattatoi.
I cavalli importati in Italia sono migliaia, principalmente dalla Polonia, dalla Spagna e dalla Francia. Durante il trasporto non si bada né alle condizioni atmosferiche né tantomeno a quelle etologiche. Infatti questi viaggi della morte, anche quando avvengono nel rispetto delle normative vigenti, costituiscono già di per sé una grave forma di sofferenza per i cavalli, con conseguente affaticamento, disidratazione e lesioni, causate spesso dalla brutalità usata per caricarli a forza sui mezzi di trasporto.
Animali picchiati con bastoni, feriti, legati per ore in contesti caotici, visibilmente impauriti e stressati: queste sono le immagini più strazianti che ci mostra l’inchiesta di Esere Animali. «I cavalli sono animali intensamente sociali, finemente socio-cognitivi e con solidi legami affiliativi. Possiamo quindi comprendere come determinate azioni di gestione, tra le quali anche il trasporto su lunga distanza, possano essere fortemente deleterie sul loro equilibrio individuale e sociale, creando acute sofferenze, visibili e invisibili» spiega Francesco De Giorgio, etologo e fondatore della zooantropologia equina.
Tappa finale del trasporto è l’impianto di macellazione, dove il veterinario effettua l’ispezione ante mortem, per stabilire se l’animale è idoneo all’abbattimento. Entro 24 ore dalla visita i cavalli sono trascinati all’interno di una gabbia di metallo, «la trappola», la cui funzione è quella di contenerli, per poi stordirli con la pistola a proiettile captivo. A volte quest’ultima fase non è neppure necessaria: profondamente terrorizzato, appena si trova nella gabbia spesso il cavallo si accascia.
Il crudele spettacolo della morte dei propri simili e la consapevolezza della triste sorte a cui stanno andando incontro spaventa terribilmente questi animali. Chi ancora sostiene che non comprendano la situazione, ha semplicemente trovato il modo di mettere a tacere la propria coscienza. «I cavalli sono perfettamente in grado di avere la percezione dell’ambiente in cui si trovano, avvertendo se l’ostilità del luogo può provocargli dolore fisico o psicologico. Quello che certamente non capiscono è il motivo. Non capiscono le botte, il dolore, la sofferenza inflitta in maniera totalmente gratuita» afferma Paolo Baragli, ricercatore presso l’Equine Behaviour Laboratory.
E noi, cosa possiamo fare per fermare tutta questa crudeltà? Innanzitutto non mangiare carne, ma anche diffondere l’inchiesta di Essere Animali e firmare la loro petizione entro il 30 settembre. Nessuno sfruttamento è giustificabile, a maggior ragione se ad essere colpiti sono i soggetti più deboli, coloro che non possono rivendicare i propri diritti.
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