Giù le mani dalla terra
Il motto «genuino clandestino» è apparso per la prima volta nel 2009, come una sorta di marchio per valorizzare i prodotti trasformati da piccole aziende agricole a partire dalle proprie materie prime, senza l’obbligo di sottostare ai vincoli delle norme pensate per l’industria alimentare o delle certificazioni, ritenute tra l’altro eccessivamente onerose. A partire da tale rivendicazione è nata e si è sviluppata negli ultimi anni la rete nazionale «Genuino Clandestino», oggi costituita da una trentina di organizzazioni e da numerosi cittadini «coproduttori», spesso riuniti in mercati contadini autogestiti. Un luogo d’incontro e scambio tra le tante realtà che praticano e sostengono l’agricoltura contadina su piccola scala.
Una delle principali campagne promosse della rete è quella per il libero accesso all’acqua e alla terra, intesi come beni collettivi da salvaguardare, tanto dalle sostanze inquinanti quanto dall’iniziativa privata e dai conseguenti rischi di speculazione e cementificazione (1). Questo si traduce in un’opposizione netta alla vendita dei terreni pubblici a vario titolo, costantemente promossa dagli ultimi governi nazionali, alla quale si contrappone una progettualità di recupero e gestione in stretta connessione con le comunità locali, e incentrata sulla biodiversità, la sovranità alimentare e le pratiche agricole sostenibili.
Una fattoria senza padroni
Tra le diverse iniziative locali di gruppi affiliati a Genuino Clandestino ne vogliamo segnalare due particolarmente significative. In Toscana si è attivato un progetto sulla tenuta di Mondeggi, circa 200 ettari di proprietà della Provincia di Firenze, da molti anni in stato di semi abbandono. Purtroppo sull’azienda gravano cospicui debiti verso istituti di credito, per cui attualmente la Provincia ne ha affidato la gestione a un liquidatore, con l’obiettivo di vendere tutto ciò che è possibile. In occasione dell’incontro nazionale della rete Genuino Clandestino, nel novembre 2013 è stata messa in atto una prima azione dimostrativa contro la vendita: con la raccolta collettiva delle olive dai numerosi alberi della tenuta si è ottenuto e imbottigliato dell’olio extra vergine, in seguito redistribuito alla popolazione mediante una sottoscrizione a offerta libera durante mercati e feste locali. Il denaro raccolto ha ripagato le spese per l’acquisto dei contenitori, i trasporti e il frantoio.
Il progetto di recupero, denominato Fattoria senza padroni, ha l’obiettivo di far rivivere l’azienda: mettendo a disposizione di chi coltiverà le terre le abitazioni già esistenti, naturalmente da ristrutturare secondo i criteri della bioedilizia, e praticando un’agricoltura di salvaguardia della biodiversità e del territorio, si restituirà a una proprietà pubblica il fine del beneficio collettivo. Tra i vari obiettivi il progetto toscano prevede anche la creazione di un vivaio in cui avviare la produzione di piantine da orto biologiche per il circuito locale; tuttavia per il momento si sta chiedendo in particolare l’affidamento, per almeno due anni, dei 40 ettari di seminativo incolti da diversi anni, per riportarli a coltura e dimostrare che il recupero è possibile anche senza arrivare alla vendita dell’azienda.
Il 26 febbraio scorso si è tenuto un consiglio comunale espressamente dedicato al futuro di Mondeggi, alla presenza dell’assessore al bilancio della Provincia e dei promotori del progetto. A detta di tutti i partecipanti, l’incontro è stato molto costruttivo e ha visto l’approvazione unanime di una mozione per la nascita di una commissione composta da soggetti istituzionali e rappresentanti della società civile, che studierà la fattibilità di quanto proposto in alternativa alla vendita.
La battaglia per la terra
La seconda iniziativa ha preso il via in Umbria, precisamente in provincia di Perugia; qui il comitato Caicocci terra sociale si sta battendo perché una tenuta di circa 190 ettari, appartenente alla Regione, non venga privatizzata ma bensì torni a essere utilizzata con finalità sociali. Caicocci, questo è il nome della tenuta, è un complesso rurale di diversi casali, con stalle e box per cavalli, oltre a campi sportivi, tre piscine, un bar e un ristorante. Un gioiello dalle potenzialità enormi. Il tutto era stato costruito e ristrutturato con i soldi del post-terremoto e destinato all’accoglienza agrituristica; purtroppo però, essendo a 700 metri di altezza sul livello del mare, la fruibilità per il turismo è stata insufficiente a garantirne la sostenibilità economica. E così le varie strutture, i vigneti e gli oliveti sono stati abbandonati diversi anni fa.
Il comitato ha iniziato a sollevare l’attenzione sulla vicenda e chiede di ottenere una guardiania sociale, ovvero l’affidamento della tenuta a soggetti della società civile, con l’obiettivo di creare posti di lavoro e produrre beni e servizi di utilità sociale. E qui assistiamo a un paradosso: la stessa Regione Umbria, proprietaria di Caicocci, sta per promulgare una legge per impedire la cessione a privati dei terreni demaniali incolti, e implementarne la funzione non solo agricola ma anche sociale e paesaggistica; eppure, almeno per il momento, la tenuta contesa è ancora destinata alla vendita.
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