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Agricoltura biologica per il clima

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L’approccio agroecologico rappresenta uno strumento concreto di contrasto al cambiamento climatico. La riflessione di Maria Grazia Mammuccini, di Federbio.
Agricoltura biologica per il clima
Secondo i dati del rapporto su clima e suolo dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, l’attuale modello agricolo e di gestione delle foreste è responsabile di un quarto delle emissioni globali di gas climalteranti. Il cambiamento climatico costituisce una minaccia per la sicurezza alimentare delle popolazioni sia rurali che urbane, provocando conseguenze che variano dall’incremento dei fenomeni migratori fino alle carestie.
Nel 2019 l’Agenzia europea per l’ambiente ha lanciato un ammonimento sull’impatto della crisi climatica sull’agricoltura: tra trent’anni, gli eventi meteorologici estremi faranno diminuire la produzione delle coltivazioni non irrigue del 50%. Per la fine di questo secolo si stima che la riduzione dei raccolti potrà arrivare fino all’80%; una catastrofe che investe in pieno anche il nostro Paese.
Ma l’agricoltura, da fonte di emissioni, può diventare elemento essenziale di assorbimento dei gas serra attraverso un cambio di paradigma nel metodo di produzione e un cambiamento nella dieta e nelle abitudini di consumo.
L’approccio agroecologico, di cui l’agricoltura biologica e biodinamica costituiscono i metodi più diffusi, rappresenta uno strumento concreto di contrasto al cambiamento climatico. Il biologico si basa sul riciclo della sostanza organica per l’incremento della fertilità dei suoli, in grado di trattenere grandi quantità di acqua e di accrescere il contenuto di carbonio, fondamentale per il contrasto e la mitigazione del cambiamento climatico.
È stato dimostrato che la conversione all’agricoltura biologica incrementa il sequestro annuo di carbonio organico (CO). Infatti, nei terreni coltivati con il metodo bio l’accumulo annuo di CO nel suolo è pari a 3,5 tonnellate per ettaro, negli altri a 1,98. (Krauss et al., 2014). Inoltre, l’agroecologia gioca un ruolo importante anche di fronte agli eventi meteorologici estremi: i suoli gestiti in bio hanno più biomassa e una maggiore stabilità e biodiversità rispetto a quelli coltivati con il convenzionale e tendono ad avere una migliore capacità di trattenere l’acqua, rappresentando una forma di protezione in caso di siccità e inondazioni.
Servono scelte politiche chiare ed immediate, con azioni concrete per contrastare il cambiamento climatico utilizzando le alternative che già esistono, puntando in maniera determinata sul biologico. Invece, anche la COP26 per l’agricoltura ha guardato solo all’utilizzo delle tecnologie come soluzione per la sostenibilità. Ma non è questa la strada; le tecnologie in alcuni casi possono aiutare ma quello che serve è un vero e proprio cambio di paradigma per la transizione agroecologica dei sistemi agricoli e alimentari, per garantire la fertilità del suolo, la tutela della biodiversità, cibo sano per le persone e un giusto reddito per gli agricoltori.
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Articolo tratto dalla rubrica Mondo Bio

Leggi la rubrica sul mensile Terra Nuova Dicembre 2021
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