Lo scorso dicembre, il governo indonesiano ha sanzionato 23 società, la maggior parte delle quali operanti nei settori della materia prima per la carta e dell’olio di palma, accusate di aver provocato i terribili roghi che per tutta l’estate e parte dell’autunno 2015 non hanno lasciato requie all’Indonesia, in particolare a Sumatra e nel Borneo.
La devastazione delle foreste e la produzione dell’olio di palma
Il direttore del Ministero per le foreste, Brotestes Panjaitan, ha anche spiegato che altre 33 società sono state messe sotto indagine perché sospettate di avere avuto parte nella devastazione. A 3 società sono state revocate le licenze, mentre per 16 c’è stata una sospensione e 4 sono state messe sotto osservazione.
I roghi del 2015 hanno causato una vera e propria devastazione, con 2,1 milioni di ettari di terreni bruciati, 21 morti e oltre mezzo milione di persone colpite da problemi respiratori, con una popolazione esposta di 43 milioni di persone. La Banca Mondiale ha stimato una perdita per l’economia indonesiana pari a 16 miliardi di dollari a causa di roghi: oltre il doppio di quanto è stato investito per la ricostruzione della provincia di Aceh dopo lo tsunami del 2004.
La denuncia di Greenpeace
Il problema, però, non è nuovo, anche se le dimensioni ormai paiono fuori controllo. Come denuncia Greenpeace: “Ogni anno, la nube di cenere che dall’Indonesia si espande nei cieli dei paesi vicini uccide migliaia di persone e rilascia migliaia di tonnellate di C02 in atmosfera”. Contro i roghi, Greenpeace ha avviato una petizione a cui si può ancora aderire.
Una recente analisi del Global fire emissions database ha evidenziato come i roghi, a tutto settembre 2015, abbiano in più di una occasione superato il livello giornaliero di emissioni inquinanti degli Stati Uniti. Peraltro, nel 2011, il governo indonesiano aveva annunciato una moratoria per le nuove concessioni sulla foresta vergine, che di fatto non è stata rispettata.
I dati di Greenpeace mostrano come, dal 2011 al 2013, circa un quinto delle zone deforestate fossero proprio quelle coperte da moratoria.
Secondo il WWF “se ancora 50 anni fa l’82% dell’Indonesia era coperta da foreste, già nel 1995 la percentuale era scesa al 52% e al ritmo attuale, entro il 2020, le foreste indonesiane – tra le maggiori al mondo per estensione insieme a quelle dell’Amazzonia e del bacino del Congo – saranno definitivamente distrutte, e con loro andranno perduti anche tutti quei servizi ecosistemici cruciali per la sopravvivenza delle popolazioni locali e della stessa biodiversità”.
Ci sono poi altri aspetti assai criticati dell’industria dell’olio di palma, denunciati con forza nel maggio scorso del gruppo Rural missionaires of the Philippines: il land grabbing, il mancato rispetto dei diritti degli agricoltori e della popolazione locale e l’utilizzo di pesticidi chimici molto pericolosi, come furadan, glifosato e paraquat.
Ecco, stando ai dati di Greenpeace, le principali cause di distruzione delle foreste sono:
– concessioni per olio di palma 20%
– concessioni per piantagioni di polpa di cellulosa e carta 18%
– concessioni per l’estrazione di carbone 12%
– concessioni per taglio selettivo 9%.
Nel mensile Terra Nuova Febbraio 2016 trovate il dossier approfondito dal titolo
“Olio di palma: l’ingrediente della discordia“: tra chi decide di boicottare in toto la produzione e chi mantiene una posizione più moderata, abbiamo deciso di parlarne mettendo a confronto le opinioni di quanti lo utilizzano nell’industria. Per fare il punto sulle tante criticità che accompagnano l’impiego di questa materia prima e riflettere sulla sostenibilità delle possibili alternative.
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