Luigi Coppola: «Chi semina utopia raccoglie realtà»
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Attingono dal rapporto con la terra, dalle scienze, dall’antropologia, per produrre nuove narrazioni e stimolare la creazione di un nuovo immaginario, utile ad affrontare la crisi ecologica e sociale in atto. Sono artisti che, con pratiche diverse, agiscono secondo un sentire comune, proponendo processi di attivazione dei territori, coinvolgendo gli abitanti dei luoghi, agricoltori, artigiani. Trasmettendo e rielaborando valori e conoscenze. L’oggetto estetico, installazione, immagine, scultura, performance, è in questi casi il condensato di un’esperienza, di un processo, il risultato di una relazione.
Coppola fonda il suo lavoro sui principi dell’agroecologia e della permacultura, che sviluppa in progetti a lungo termine, attivando processi partecipativi, con un’attenzione ai beni comuni e alla costruzione di comunità.
In tempo di pandemia ti sei dedicato a un aspetto locale che affligge da anni questi territori, l’epidemia da Xylella fastidiosa, che colpisce anche gli ulivi di tua proprietà, intraprendendo una lunga azione agricola-estetica-poetica. Un corpo a corpo con alberi da curare, per curare se stessi, o meglio, per stringere un’alleanza e provare a curarsi insieme. In che modo stai lavorando e quali obiettivi ti prefiggi?
Io provo a imitare la natura, operando in modo rigenerativo. Costruisco colline vegetali, scavando solchi e interrando prima i tronchi più grandi fino ai rami più sottili, rimettendo in circolo la materia organica. Alcuni dei rami che ho dovuto tagliare li sto usando per rinfoltire e sostenere le fragili chiome che rimangono. Con il materiale secco creo barriere che riparano dai venti e costruisco delle strutture intrecciate come supporti per la crescita dei nuovi alberi che pianto: fichi, gelsi, pistacchi, querce, melograni e ulivi di varietà più resistenti al batterio. Come in una grande scultura vivente.
Da alcuni anni lavori elaborando pratiche agricole in chiave estetica ed esprimi la necessità di un cambiamento a partire dalla terra, dai beni comuni e dalle comunità. Quale ruolo pensi possa giocare l’arte in questo cambiamento?
Con Casa delle Agriculture abbiamo iniziato dalla terra, provando a coltivare e curare terre private sottratte all’abbandono, ai veleni e all’incuria, e terreni pubblici, con la rete di percorsi rurali. Per coltivare abbiamo fatto un lavoro sulla biodiversità e sui semi attraverso la selezione, la riproduzione e la trasmissione. In seguito abbiamo creato le infrastrutture in grado di rendere sostenibile il processo, come il Mulino di Comunità e il Vivaio dell’Inclusione.
In questo processo collettivo integriamo la ricerca artistica, il lavoro sull’immaginario, la narrazione e la rappresentazione, con azioni agroecologiche, economiche e sociali. Quello che sto sperimentando è un ruolo dell’artista che lavora con i propri strumenti all’interno dei processi reali di trasformazione. E perché credo nella potenzialità dell’arte come motore di cambiamento è importante che si pratichi in relazione.
In quello che fai è evidente un coinvolgimento personale, etico, politico. Quale ruolo gioca l’utopia nel tuo procedere e immaginare?
Le utopie, quando non sono condivise, ma sono calate dall’alto, possono trasformarsi in distopie. Pensiamo per esempio alle tante periferie costruite secondo principi urbanistici e architettonici utopici, che si sono rivelate già nel loro farsi luoghi del degrado, diventando dei non luoghi. Alcuni anni fa, insieme al fotografo e urbanista Davide Franceschini, abbiamo lavorato per diversi mesi con un gruppo di giovani nel ripensare il processo che aveva portato alla costruzione di Spinaceto, alla periferia di Roma. Ebbene, quella spinta progettuale che immaginava la vita di decine di migliaia di persone immerse in una città giardino, si era trasformata in un grande fallimento. Con gli studenti siamo partiti da quelle utopie, immaginando come sarebbero state se fossero state frutto di una comunità con un orizzonte comune, e abbiamo provato a rappresentarle negli spazi pubblici, nei parchi, ma soprattutto nel cuore di ognuno.
La tua ricerca affonda le radici nel teatro, esperienza che ora traduci in performance collettive per la ricostruzione di una bellezza partecipata. In che modo dialogano tra loro nel tuo lavoro corpo umano, corpo sociale e corpo vegetale?
Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Giugno 2022