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Sobrio è bello

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Diventato ormai un inno al consumismo, il Natale può offrirci invece l’opportunità per fermarci, e pensare alla possibilità concreta di uno stile di vita più semplice e sostenibile. Vi raccontiamo la storia di chi ci ha provato.

Sobrio è bello

Alzi la mano chi, svegliandosi la mattina del primo dicembre, non sente già risuonare dentro di sé il seducente richiamo del Natale. Un Natale però che è sempre meno momento di raccoglimento e riflessione e sempre più invece luci abbaglianti, pranzi luculliani, spreco e regali ad ogni costo.
Ci si sente improvvisamente meno parchi, meno sobri, si indulge nell’acquisto non meditato, il fermento che ci circonda ci sollecita a uniformarci, chi riflette e obietta risulta noioso, antipatico e irritante. «Non è questo il momento» si pensa. Invece, mai momento è stato più adatto: provate a fermarvi mentre intorno a voi lo scalpiccio è continuo; riflettete mentre intorno a voi la folla agisce d’impulso; scostatevi mentre la folla si getta nella mischia; e provate a guardarvi intorno con occhi e mente nuovi.
Non preoccupatevi: non vi macchierete di eresia. È invece l’occasione per acquisire una nuova consapevolezza, tesoro da custodire e alimentare, sulla base del quale possono maturare scelte nuove e diverse per noi e le nostre famiglie. Perché l’obiettivo possa diventare quello di una vita sostenibile, a basso o bassissimo impatto ambientale, sentiero da imboccare il prima possibile prima che
sia veramente troppo tardi.
Un’utopia? Non è così. Ci sono già tante famiglie «a basso impatto» che hanno fatto scelte sostenibili su più fronti, che sono uscite dalla «gabbia», che praticano un’ecologia dell’ambiente e un’ecologia della mente. Famiglie che, con impegno e determinazione, hanno raggiunto un equilibrio solido, e che a Natale possono anche condividere insieme alle persone più care la gioia di un regalo utile ed etico con la consapevolezza che questo rientra in un equilibrio complessivo.
Valerio Pignatta: esperienze di decrescita
Certo, non è una passeggiata in carrozza; assomiglia più a una faticosa ferrata in montagna. «Ma vale tutta la fatica che si fa» spiega Valerio Pignatta, che vive con la compagna e i quattro figli nel grossetano, dove riescono a produrre parte di ciò che consumano. Valerio è uno dei fondatori del movimento per la decrescita, lavora da casa come redattore e consulente per diverse case editrici che si occupano di controinformazione ed è appassionato cultore della storia dei movimenti spirituali libertari.
Con la famiglia ha fatto tappa in diverse regioni e ora si è stabilito in Toscana, nella zona dell’Amiata; ha alcuni ettari di terreno, ha ristrutturato una casa colonica piuttosto isolata rispetto al centro abitato più vicino ed è lì che oggi sta conducendo, insieme ad altri, una battaglia contro le trivellazioni per realizzare impianti di geotermia. Molti anni fa ha lasciato il lavoro alla Rizzoli per scegliere la campagna, ha scelto di lavorare da casa «e insieme alla mia compagna, dove siamo ora, abbiamo messo in piedi un orto, un piccolo frutteto, alcuni animali da cortile e le arnie delle api, dai quali traiamo una buona parte degli alimenti che consumiamo, anche se naturalmente acquistiamo cereali e legumi, che però trasformiamo noi» spiega Valerio.
«Siamo vegetariani e non abbiamo dunque necessità di consumare carne» aggiunge, sottolineando che se nell’alimentazione non hanno raggiunto una completa autosufficienza, hanno però fatto grossi passi avanti su altri fronti. «Ci riscaldiamo e cuciniamo esclusivamente con la legna che raccogliamo nei boschi intorno a casa nostra. Per l’acqua calda abbiamo una sorta di serbatoio che si monta sopra la stufa; è cavo in mezzo e ci passa un tubo. Si monta proprio sopra il boccaglio dell’uscita dei fumi della stufa. Il fumo, dalla camera di combustione dove c’è il fuoco sale nel tubo e riscalda passando l’acqua contenuta nel boiler. A sua volta il boiler è collegato all’impianto, così si ha subito l’acqua calda che tra l’altro resta per un paio di giorni anche a stufa spenta. Siamo poi riusciti ad eliminare la cucina a gas; cuciniamo sulla stufa tutto l’anno. Questa stufa ha una grata del fuoco alzabile con una manovella così si può elevare il piano del fuoco sino quasi alla piastra di ghisa irradiante. Questo permette di cucinare anche d’estate senza generare troppo calore». «L’eccesso di acqua calda prodotto dalla stufa lo utilizziamo immettendolo nella lavatrice, che così non deve preriscaldare l’acqua. Il boiler in questione l’abbiamo acquistato da una ditta di Poggibonsi che li produce e li esporta nelle zone rurali della Cina. In questi anni ci siamo anche organizzati per preparare da noi la maggior parte dei medicamenti che utilizziamo, dalle pomate, alle erbe, agli sciroppi. Siamo quasi del tutto autosufficienti anche sul fronte dell’abbigliamento, in quanto tendiamo a riutilizzare ciò che passa di mano in mano, acquistando qualcosa solo quando è strettamente indispensabile». I regali di Natale? «Certo, ai miei figli li faccio; mi indicano ciò che loro occorre e di cuore io e la mia compagna provvediamo. In questo contesto è un gesto d’amore e d’attenzione».
Francesco e Luisa: produrre ciò che si mangia
Oltre il confine regionale, in Umbria, un’altra famiglia vive di ciò che produce e ha allevato così due figli, ora grandi. Francesco e Luisa hanno scelto la campagna 30 anni fa, fermandosi prima nel pavese, dove lui per 17 anni ha gestito un laboratorio di falegnameria e la moglie faceva l’insegnante. Ma all’arrivo dei due figli hanno deciso di rendere più radicale e concreta la loro scelta.
«Dieci anni fa siamo arrivati a Città della Pieve» spiega Francesco. «I prezzi erano ancora abbordabili e abbiamo acquistato un podere con cinque ettari di terreno dove abbiamo ricavato il pascolo, il frutteto, il vigneto e l’oliveto. Ci lavoriamo io e Luisa a tempo pieno e abbiamo sistemato anche due appartamenti che ci consentono di gestire un agriturismo.
Riusciamo a produrre gran parte di ciò che mangiamo, per riscaldarci utilizziamo la legna grazie a un termo-camino con termostato, e con i pannelli solari riscaldiamo l’acqua per uso sanitario e per i termosifoni». «Per la nostra igiene e per lavare gli indumenti utilizziamo solo detergenti naturali. Alcuni li produciamo noi direttamente. Laviamo i piatti con la cenere e produciamo noi il sapone per la lavatrice. Questo ci consente anche di poter far defluire gli scarichi nel bosco senza impattare l’ambiente circostante. Ora ci stiamo organizzando per installare una cisterna da camion in modo da raccogliere l’acqua piovana e diventare autosufficienti anche in questo, poiché ora utilizziamo un pozzo che non sempre ci consente di coprire i nostri fabbisogni».
Alessandra, Maddalena e Catia: l’arte dell’abitare
C’è anche chi ha improntato il proprio lavoro in modo da diffondere quotidianamente, attraverso la propriaprofessionalità, il messaggio della sostenibilità. L’architetto Alessandra Campanini ha fondato, insieme alla collega Maddalena Ferraresi, l’associazione Bioecoservizi, che forma le persone sull’arte dell’abitare ispirata alla progettazione partecipata e sostenibile, al risparmio energetico, alla bioedilizia, all’autocostruzione e all’utilizzo di tecniche e materiali naturali e di saperi artigianali antichi, perché una vita a basso impatto passa anche attraverso l’ecologia della casa. «Ogni intervento punta al massimo coinvolgimento di chi
dovrà poi abitare lo spazio sul quale si interviene e a cui si dà vita» spiega Alessandra. «Inoltre il committente viene invitato a partecipare attivamente alla costruzione, alla quale si provvede utilizzando materiali a chilometro zero, disponibili in loco».
Catia Lasagni vive e lavora in un ex casolare agricolo che ha già in parte sistemato insieme ad Alessandra: «Catia ha scoperto la possibilità di interagire con la propria casa e il luogo dove essa sorge» spiega Alessandra «e ha compreso che quello spazio ha un’anima, anche se la strada intrapresa non si è mostrata sempre facile poiché ci si scontra con imprese, fornitori, organizzazioni del lavoro, tempistiche e normative che spesso vanno in direzioni opposte».
Alessandra e Maddalena affrontano anche progettazioni più complesse, quelle del cohousing sostenibile e degli ecovillaggi di transizione. «Attualmente seguiamo un gruppo di persone che vuole abitare in modo sostenibile» spiega Alessandra. «Per questo vengono scelti luoghi a stretto contatto con l’ambiente naturale, dove si praticano scelte di vita ecologiche e consapevoli, riducendo il roprio impatto sull’ambiente. Ora stiamo lavorando su un obiettivo ambizioso, cioè la creazione di un ecovillaggio che esca dall’isolamento e interagisca con gli abitanti che già vivono nel territorio. Questo villaggio avrà le caratteristiche di totale sostenibilità ambientale e architettonica, dove gli abitanti osserveranno l’autoproduzione e l’autogestione».
Marco Bertali: ecologia della mente
E poi c’è Marco. Marco «coltiva» ogni giorno la mente e lo spirito di tante persone e cerca di farlo «a basso impatto». Marco Bertali vive insieme alla moglie e ai due figli a Trieste e lavora al Centro di salute mentale di Gorizia. È proprio sul lavoro, a stretto contatto con il disagio psichico, che ha portato il suo approccio olistico e non violento, cercando di proporre una «medicina dell’anima». «Nel mio lavoro» ci spiega «sebbene inserito in un contesto di sanità pubblica che non sempre è sulla stessa lunghezza d’onda, cerco di introdurre la meditazione, che propongo ai pazienti, così come cerco di coinvolgerli nelle pratiche di pranic healing per giungere a una comprensione dei sintomi e non a una loro soppressione, per promuovere un’evoluzione psico-spirituale collettiva. E in tutto questo, in questa medicina dell’anima, si inserisce come condizione essenziale la scelta vegetariana, affinché si possa radicare in noi lo sviluppo equilibrato e sintonico dell’anima. Essere vegetariani permette di mangiare, pensare e contemplare valori come la salute, il benessere, il rispetto, la non violenza, la giustizia, lo sviluppo solidale, l’armonia e la pace. E questo è profondamente correlato con la nostra salute psichica». Marco si è spinto anche oltre e da qualche anno, insieme alla moglie, ha scelto l’alimentazione vegana: «Così, con dolcezza e naturalità, possiamo recuperare una visione nuova di noi e di ciò che ci sta intorno».
Saviana Parodi: vivere con 600 euro al mese
Saviana è partita invece studiando la fisiologia cellulare; lei, biologa, si è illuminata osservando il ciclo delle cellule. «Già, è uno degli ecosistemi meglio conosciuti» dice, «in cui non esiste lo spreco. Tre milioni e mezzo di anni fa è sulla base di questo ecosistema entropico che è nata la vita e io ho sentito dentro di me questa propensione, questa tensione». Saviana Parodi insegna e sperimenta la permacultura da vent’anni, ha una casa colonica vicino a Orvieto, un po’ di terra e per mesi ogni anno viaggia per il mondo, dove si guadagna di che vivere facendo lavori sul posto. Il marito argentino possiede qualche ettaro di terra e una casa anche nel suo paese d’origine e ogni tanto vi fanno tappa. «Fin da piccola ho provato disagio di fronte allo spreco di risorse, qualsiasi esse fossero; per questo, crescendo, ho scelto una vita essenziale, al di fuori di ogni condizionamento. Venticinque anni fa mi sono trasferita in campagna, ho vissuto senza luce e raccogliendo l’acqua piovana e quando viaggio e mi fermo settimane o mesi in un posto vivo in tenda o accetto l’ospitalità di chi mi dà lavoro. Mia figlia di 8 anni mi accompagna, ho scelto per lei l’istruzione parentale, non frequenta la scuola e nel tempo si è arricchita di uno smisurato bagaglio di esperienze. Riusciamo a vivere con 500-600 euro al mese, mangiamo soprattutto quanto raccogliamo, utilizziamo abiti usati e, anche quando sono completamente consumati, ne scopriamo comunque un nuovo utilizzo. Quando guadagnamo più di quello che ci serve, solitamente lo utilizziamo o per acquistare un po’ di terra in più o lo regaliamo a chi ne ha più bisogno di noi. Tutto questo non ha nulla a che fare con l’idealismo, è una scelta di vita concreta che ci dona serenità e ci permette di essere noi stessi».
Roberto e Michela: un’economia di scambio
Roberto Manzone e la sua compagna stanno ancora «prendendo le misure» della loro nuova vita, un cammino che hanno intrapreso un anno fa prendendo in affitto una casa colonica vicino a Città di Castello, in Umbria. «È dura cambiare abitudini e stili di vita, ma abbiamo capito che era necessario» spiega Roberto. «Per motivi di lavoro e di affetti dovevo continuamente spostarmi da Palermo a Milano, fino a Reggio Emilia e la vita così non poteva andare avanti, mi sentivo soffocare. Ho lasciato la casa di proprietà e il lavoro fisso; inoltre Michela, la mia compagna, ha lasciato il suo impiego. Abbiamo fatto una scelta convinta decidendo di far ruotare tutto il resto intorno a questo. Il nostro intento è quello di creare un ecovillaggio, ma prima vogliamo mettere radici noi, entrare in relazione con il luogo e con chi ci vive incentivando anche forme di vita comunitaria che realizziamo ospitando i pellegrini che percorrono qui il cammino francescano, e chi voglia fermarsi per partecipare alle attività dell’associazione che abbiamo costituito e che abbiamo chiamato Che passo! Cammino di pace, sentieri di grazia. Stiamo anche cercando, per quanto ci è possibile, di avviare localmente un’economia di scambio alternativa alla moneta».
Roberto e Michela hanno una bambina di pochi mesi e sono decisi a condividere con lei un futuro «diverso», «che non separi i momenti di cui è composta la nostra vita, ma che annodi insieme con armonia il lavoro, la famiglia, il gioco e lo studio» aggiunge Roberto. «Sto anche cercando di utilizzare la mia professionalità nel campo una città sia possibile attuare stili di vita molto meno imdegli audiovisivi a servizio della permacultura, per diffondere stili di vita simili al nostro». E a fare dell’economia di scambio il pilastro della sua vita è stata senza dubbio Heidemarie Schwermer, che ha raccontato la sua esperienza nel libro « Vivere senza soldi» ( Terra Nuova Edizioni).
La sua scelta radicale risale al 1996 quando ha regalato i mobili, abbandonato l’abitazione e lo studio di psicoterapia e disdetto l’assicurazione sanitaria. «Vivo un po’ in una casa, un po’ in un’altra. A volte le persone che vanno in vacanza mi chiedono di prendermi cura dei loro appartamenti. Alla base di tutto ciò c’è l’idea del baratto e la proposta di un modello per un mondo nuovo in cui non sia il denaro il valore principale e supremo della vita. Ricevo un letto, cose da mangiare, vestiti. In cambio offro il mio supporto, il mio aiuto, il mio tempo e in questo modo sia io che le persone con le quali mi metto in contatto siamo soddisfatti».
Valerio, Francesco, Luisa, Alessandra, Catia, Marco, Saviana, Roberto, Michela… sono una rete; una rete di vite e di esperienze, persone che si muovono nella medesima direzione e che riescono a «cambiare le cose». Ognuno di noi può scegliere di diventare protagonista del cambiamento e, se è vero che il cammino può apparire impegnativo, è vero anche che la meta vale sicuramente lo sforzo. 
Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Dicembre 2010, in vendita nella versione eBook su www.terranuovalibri.it

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