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La morte silenziosa dell’Amazzonia

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Malgrado gli impegni assunti dal governo brasiliano, la distruzione dell’Amazzonia, che negli anni passati aveva conosciuto un rallentamento, è ripresa più tragicamente che mai e nel 2015 gli effetti sono talmente evidenti da rappresentare una condanna a morte.
Il recente rapporto di Greenpeace fotografa la situazione in tutta la sua gravità (il rapporto integrale è scaricabile dal pdf allegato).
I due terzi dell’Amazzonia (che tocca nove stati del Sud America e ricopre [o meglio, ricopriva] il 5% della superficie mondiale) si trovano in Brasile e ricoprono quasi metà del territorio. La biodiversità che vi si trova è assolutamente unica, accoglie ancora centinaia di indigeni (incluse tribù incontattate) ed è una delle riserve di carbonio più importanti del pianeta per mantenere un equilibrio globale del clima. Malgrado ciò, l’Amazzonia è soggetta ad una forsennata devastazione per motivi economici. Ad oggi oltre 700mila chilometri quadrati di foresta brasiliana sono stati distrutti, più della metà dei quali negli ultimi tre decenni. La perdita totale di foresta amazzonica ad oggi si stima contribuisca per 1,8 parte per milione alla CO2 atmosferica, cioè un +1,5% di aumento di CO2 dall’inizio dell’era industriale. «Il governo brasiliano – spiega Greenpeace – aveva fatto progressi in passato nel rallentare la devastazione, che perà dal 2013 ha ripreso a pieno ritmo e nel 2105 ha conosciuto una ulteriore accelerazione. Immagini recenti dai satelliti lo confermano. Si spianano larghe strade per poter far passare i camion che trasportano il prezioso legname tagliato e si deforestano interi territori per far posto a coltivazioni intensive. Inoltre le leggi di tutela o non esistono o non vengono rispettate e la corruzione dilaga. In alcuni Stati brasiliani il disboscamento è illegale ma nessuno lo ferma».

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