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Trivelle fuorilegge, il mare muore

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Qual è l’impatto che le piattaforme per le trivellazioni generano nei mari italiani? Quelle già presenti quanto inquinano? Chi le controlla? E…i controlli sono affidabili? A queste ed altre domande risponde il rapporto di Greenpeace “Trivelle fuorilegge” (scaricabile integralmente dall’allegato Pdf).
«Quando si parla di trivellazioni offshore, si discute molto delle future minacce che incombono sui nostri mari: esplorazioni con l’airgun alla ricerca di gas e petrolio, nuovi pozzi di ricerca o di estrazione da realizzare, nuove piattaforme da installare: e con esse oleodotti o gasdotti, raffinerie, infrastrutture di trattamento e movimentazione degli idrocarburi. Si discute meno dell’impatto che generano ogni giorno le piattaforme già presenti nei mari italiani. Sono inquinanti? Chi le controlla? Sono affidabili questi controlli?» si domanda Greenpeace nel trapporto “Trivelle fuorilegge”.
«Lo scorso luglio Greenpeace ha richiesto al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM), tramite istanza pubblica di accesso agli atti, di prendere visione dei dati relativi ai monitoraggi ambientali effettuati in prossimità delle piattaforme offshore presenti nei mari italiani. Delle oltre 130 piattaforme operanti in Italia1, sono stati consegnati a Greenpeace solo i dati relativi ai piani di monitoraggio delle piattaforme attive in Adriatico che scaricano direttamente in mare, o iniettano/re-iniettano in profondità, le acque di produzione. Si tratta di 34 impianti (33 nel 2012 e 2014) che estraggono gas, tutti di proprietà di ENI. I dati si riferiscono agli anni 2012, 2013 e 2014. Per quel che riguarda le altre 100 piattaforme operanti nei nostri mari, Greenpeace non ha ottenuto alcun dato dal Ministero. La mancanza di dati per queste piattaforme può essere dovuta all’assenza di ogni tipo di controllo da parte delle autorità competenti o al fatto che il Ministero ha deciso di non consegnare a Greenpeace tutta la documentazione in suo possesso. I dati ottenuti da Greenpeace sono resi pubblici per la prima volta in questo rapporto: sino a oggi il Ministero non li ha resi disponibili sui suoi organi di comunicazione ufficiali. I monitoraggi sono realizzati da ISPRA (l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un istituto di ricerca pubblico sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente) con la committenza di ENI (sulla base di una apposita convenzione ENI-ISPRA)».
«I monitoraggi prevedono analisi chimico-fisiche su campioni di acqua, sedimenti marini e mitili (Mytilus galloproncialis, le comuni cozze) che crescono nei pressi delle piattaforme. Dal lavoro di sintesi e analisi di questi dati svolto da Greenpeace emerge un quadro perlomeno preoccupante. I sedimenti nei pressi delle piattaforme sono spesso molto contaminati. A seconda degli anni considerati, il 76% (2012), il 73,5% (2013) e il 79% (2014) delle piattaforme presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Questi parametri sono oltre i limiti per almeno due sostanze nel 67% degli impianti nei campioni analizzati nel 2012, nel 71% nel 2013 e nel 67% nel 2014. Non sempre le piattaforme che presentano dati oltre le soglie confermano i livelli di contaminazione negli anni successivi, ma la percentuale di piattaforme con problemi di contaminazione ambientale è sempre costantemente elevata. Tra i composti che superano con maggiore frequenza i valori definiti dagli Standard di Qualità Ambientale (o SQA, definiti nel DM 56/2009 e 260/2010) fanno parte alcuni metalli pesanti, principalmente cromo, nichel, piombo (e talvolta anche mercurio, cadmio e arsenico), e alcuni idrocarburi come fluorantene, benzo[b]fluorantene, benzo[k]fluorantene, benzo[a]pirene e la somma degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA). Alcune tra queste sostanze sono cancerogene e in grado di risalire la catena alimentare raggiungendo così l’uomo e causando seri danni al nostro organismo. La relazione tra l’impatto dell’attività delle piattaforme e la catena alimentare emerge più chiaramente dall’analisi dei tessuti dei mitili prelevati presso le piattaforme. Gli inquinanti monitorati in riferimento agli SQA identificati per questi organismi (appartenenti alla specie Mytilus galloproncialis), sono tre: mercurio, esaclorobenzene ed esaclorobutadiene. Di queste tre sostanze solo il mercurio viene abitualmente misurato nei mitili nel corso dei monitoraggi ambientali. I risultati mostrano che circa l’86% del totale dei campioni analizzati nel corso del triennio 2012-2014 superava il limite di concentrazione di mercurio identificato dagli SQA».
«Per quel che riguarda gli altri metalli misurati nei tessuti dei mitili non esistono limiti specifici di legge che consentano una valutazione immediata dei livelli di contaminazione. Per verificare il possibile impatto ambientale delle attività offshore sull’accumulo di questi inquinanti è stato perciò effettuato un confronto con dati presenti nella letteratura scientifica specializzata. In particolare, si sono confrontati i livelli di concentrazione di queste sostanze nei mitili impiegati per i monitoraggi delle piattaforme con i livelli di concentrazione rilevati in altre aree dell’Adriatico, estranee alle attività di estrazione di idrocarburi. Per avere certezza di non sovrastimare i risultati di tale raffronto, sono stati utilizzati come termine di paragone i valori medi stagionali di concentrazione più alti riportati in questi studi. I risultati mostrano che circa l’82% dei campioni di mitili raccolti nei pressi delle piattaforme presenta valori più alti di cadmio rispetto a quelli misurati nei campioni presenti in letteratura; altrettanto accade per il selenio (77% circa) e lo zinco (63% circa). Per bario, cromo e arsenico la percentuale di campioni con valori più alti era inferiore (37%, 27% e 18% rispettivamente). Molti metalli, presenti nei tessuti dei mitili, possono raggiungere l’uomo risalendo la catena alimentare. Alcuni di questi, come il cadmio e il mercurio, sono particolarmente tossici per gli organismi viventi e per l’uomo stesso. Il cadmio, ad esempio, è un metallo altamente tossico che può generare disfunzioni ai reni e all’apparato scheletrico; è stato inoltre inserito tra le sostanze il cui effetto cancerogeno sull’uomo è noto e dimostrato scientificamente (gruppo 1 dello IARC, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro delle Nazioni Unite). Un’analisi simile a quella prodotta per i metalli pesanti è stata realizzata anche per i livelli di concentrazione degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA). Il confronto mostra che il 30% dei mitili oggetto di campionamento da parte di ISPRA ha valori di concentrazione più alti di quelli rinvenuti nei tessuti di mitili in aree estranee all’impatto delle attività estrattive. Di questo 30%, circa la metà mostra concentrazioni doppie rispetto a quelle massime registrate negli studi oggetti di raffronto. Il valore più alto (pari a 1016,5 ng/g) è stato registrato nei campioni raccolti presso la piattaforma Annabella nel corso del 2014. Un valore del genere, estremamente elevato, è tipico di aree fortemente impattate da attività antropiche, come alcune località lungo le coste della Galizia (Spagna), per molti anni influenzate dal tragico incidente della nave Prestige che nel novembre 2002 riversò in mare più di 77.000 tonnellate di greggio».
«Per quel che riguarda gli idrocarburi alifatici (C10-C40), circa l’89% dei campioni di mitili ha mostrato valori più alti rispetto ai valori medi più elevati registrati in letteratura. Inoltre circa il 39% e il 17,5 % dei campioni presenta, rispettivamente, concentrazioni doppie e triple rispetto a quelle registrate in aree di risorgenza naturale di idrocarburi. Le conclusioni di questo rapporto sono chiare. Laddove esistono limiti di legge per la concentrazione di inquinanti, questi sono spesso superati dai sedimenti circostanti le trivelle. Pur con qualche oscillazione nei risultati, questa situazione si mantiene sostanzialmente costante di anno in anno. Non ci risultano però licenze ritirate, concessioni revocate o altre iniziative del Ministero dell’Ambiente atte a interrompere l’inquinamento evidenziato e/o a ripristinare la salubrità dei fondali. A cosa servono questi monitoraggi se non impongono adeguamenti e se non prevedono sanzioni? Analogamente, l’analisi della presenza di sostanze chimiche tossiche e pericolose per la salute nei tessuti delle cozze raccolte in prossimità delle piattaforme ha mostrato anch’essa evidenti criticità. I dati evidenziano una contaminazione recente e in apparenza senza soluzione di continuità. In termini alimentari, usare quei mitili equivarrebbe a cucinare un sauté di idrocarburi cancerogeni e metalli pesanti tossici. Al quadro ambientale critico e complesso si aggiunge il fatto che l’organo istituzionale (ISPRA) che deve vigilare sulla correttezza dei dati ambientali registrati in prossimità delle piattaforme offshore (e di conseguenza verificare la non sussistenza di pericoli per l’ambiente e gli ecosistemi marini) è anche quello che per conto di ENI realizza i monitoraggi. Insomma: il controllore è a libro paga del controllato».
Scarica il documento integrale dall’allegato Pdf

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